Una mattina di qualche anno fa, caricai una cara amica sul motorino e la portai, a sua insaputa, in un bar nascosto in una stretta e corta viuzza del centro, tra Piazza Venezia e Largo Argentina. Ricordo ancora nitidamente lo stupore e la meraviglia in cinemascope proiettati sui suoi grandi e bellissimi occhi. Il bar, un locale di circa quaranta metri quadrati, era un tripudio di bandiere rosse e di iconografie del Che, contornate da vecchie fotografie di Lenin, Togliatti e Berlinguer, più vecchi ritagli de L’Unità in cornici appese alle pareti, oppure riposte sugli scaffali. Mentre sorseggiavamo il nostro cappuccino, lei, figlia di un ex ferroviere iscritto al partito, non cessava di ringraziare me con lo sguardo umettato dalla commozione, e di complimentarsi con il fricchettonissimo titolare del bar.
Oggi, sono combattuto tra la curiosità e il timore, a distanza di anni, di verificare se questo posto esista ancora. Specie considerando che è, o era, sito a poche centinaia di metri dalla residenza del caro odierno sindaco Alemanno.
Sono nato e cresciuto sotto l’ombra delle torri e dei rossi tetti di quella città che è stata per decenni la capitale del comunismo dell’Europa occidentale. La mia infanzia è colma di ricordi legati alle scorribande in bicicletta sotto i portici del centro e il Pavaglione, con i vèz fuori dai bar e dalle osterie che discutevano di politica animatamente e in dialetto, con una copia de L’Unità stesa tra le loro braccia aperte.
Rammento bene tutti vantaggi del vivere in una città con una forte impronta assistenzialista, che non possedeva eguali nelle altri grandi città italiane. La mia famiglia, nonostante l’estrazione socio-culturale medio bassa, godeva come tutte le altre dell’efficienza di una gestione differenziata dal resto del paese, per gran parte autonoma e piuttosto attenta alle esigenze del singolo cittadino. Partendo dal trasporto pubblico, ai fermenti e alle attività delle svariate associazioni culturali riservate a donne, giovani e anziani, arrivando a strutture ospedaliere all’avanguardia e all’assistenza sanitaria pressoché impeccabile, con visite e cure specialistiche di ogni tipo, del tutto gratuite e in tempi ragionevoli. La mia condizione di privilegiato balzava all’occhio specie nei frequenti periodi trascorsi a Roma, con i miei parenti che guardavano verso nord con molto rispetto e anche un po’ di invidia.
Nonostante risieda stabilmente nella capitale da oltre sedici anni, ancora accade spesso che mi senta chiedere, con tono quasi smarrito, i motivi di questa mia scelta. Chi mi conosce, anche solo attraverso il mio blog, sa che sono stato spinto fin qui da ragioni dettate esclusivamente dal cuore. In effetti il colossale divario tra le due città, o per meglio dire tra il paesone funzionale e la mastodontica città caotica, nonché il brusco e difficile approccio con i profondi divari culturali, mi crearono non rari momenti di crisi, e in più occasioni ho meditato il ritorno all'ovile. Poi, col tempo, ho cominciato ad apprezzarne sia il trambusto che quella parvenza di anarchia [compresi un po’ più tardi che trattavasi di semplice menefreghismo] che alleggeriva e deresponsabilizzava quel soldatino in me, cresciuto nel dinamico e rigoroso centro nord.
Non mi sarei mai aspettato, nel corso di tutti questi anni, di vedere questa città di una bellezza ancora capace di sorprendermi e mozzarmi il fiato, perdere la sua identità di metropoli atipica e pigra, spesso cazzara, ma sommariamente generosa e benevola, per trasformarsi nell’attuale jungla dove regnano sovrani e indisturbati violenza, paura, denaro, arroganza e prevaricazione. Nel mentre anche la realtà della mia città natale è sostanzialmente tramutata, sebbene non in maniera così drammatica; cominciò anche lì un nemmeno troppo lento processo di adeguamento alla rivoluzione socioculturale in corso nel paese, inaugurato trionfalmente quindici anni fa dal, purtroppo, ancora attuale presidente del consiglio.
Tra i primi segnali ricordo le contestazioni, seguite da azioni dimostrative, nei confronti dei cartelli segnaletici di un'importante strada della periferia sud: Viale Lenin. Polemiche mai morte, che in tempi recentissimi hanno portato ad analoghe iniziative.
Non tardò troppo ad arrivare l’inesorabile smottamento di un elettorato tradizionalmente inossidabile, come quello che aveva sostenuto fedelmente per decenni la sinistra al governo della sua città. Avvene di pari passo con il processo di trasformazione autodistruttiva che investì l’ex PCI d.n. [dopo nano], per suggellarne il totale crollo con la clamorosa sconfitta elettorale alle comunali del 1999, quando per la prima volta nella storia, sulla poltrona di Palazzo D’Accursio si appoggiò il sedere di un rappresentante delle cosiddette forze della destra moderata.
Questo bel popò di post introduce il succo di un discorso che affronterò invece nei prossimi giorni. Devo specificare che non sono mai stato, né penso mai sarò, un appassionato di politica; di conseguenza nemmeno un profondo conoscitore di essa. Ho sempre ammiccato verso sinistra un po' per via dei sopracitati ricordi d’infanzia, un po' per l’affascinante e ricca ideologia ad essa legata. Ciò nonostante l’abbia mai approfondita e, debbo riconoscerlo, nemmeno troppo messa in pratica [esempio: quando grugnisco contro i lavavetri]. Tuttavia, il decantarmi rosso e progressista, nonostante l’ignoranza di base e le mie tante contraddizioni, mi ha sovente costretto a tenere a freno certi pensieri e correlati istinti barbari che, sebbene oggi non siano svaniti del tutto, riesco a gestire in maggior scioltezza.
In tal senso ho trovato illuminante il lungo e dettagliato articolo dello storico inglese Perry Anderson, pubblicato sul numero 793 dell’Internazionale, in cui analizza a fondo, con sguardo lucido e obbiettivo, oltre mezzo secolo di storia della nostra Italietta, attraverso gloria e decadenza del PCI. Articolo dal quale si evince chiaramente quale sia, da sempre, il peggiore vizio degli Italiani, me incluso s’intende.
Un vizio che agisce con perfetto sincronismo assieme ad altri, creando quella forza sinergica che sta portando all’ulteriore deriva questo paese. Non si tratta solo dell’assenza generalizzata del senso civico o della carenza di nobili ideologie, bensì la mera e bieca strumentalizzazione di queste ultime, a vantaggio delle proprie e personali finalità. Lampantemente a discapito dell’interesse di chicchessia; dal singolo individuo all’intera comunità. Un sistema ben radicato e solido, inossidabile. Lungo tutta la scala.
[continua]