Quando esattamente sedici anni anni fa decisi di abbandonare Bologna per trasferirimi a Roma, fu una doccia fredda per la famigghia. Maturai, comunicai e attuai la decisione in tempi talmente repentini, da potere attendermi un’interminabile quanto indesiderata sequela di domande. Non accadde. I punti interrogativi restarono visibilmente stampati sui volti dei miei genitori e dei miei fratelli. Con essi non avevo mai sviluppato un rapporto abbastanza intimo da porre quesiti che invadessero la sfera del personale.
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All’epoca mi fece comodo, altrimenti mi sarei dovuto immergere in una fetida palude di menzogne, per non confessare apertamente che la mia scelta era dettata dalla necessità incontenibile di condividere la mia vita con un altro uomo. Me la cavai con la pesantezza di una sola ma fondamentale omissione, pauroso com’ero di rompere il precario equilibrio creato e basato sull’incomunicabilità.
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Ho sempre ammirato il coraggio di coloro che sono usciti allo scoperto affrontando l’inevitabile domino di reazioni. Per me però non si trattava solo di superare l’effettivo timore di parlarne, ma anche quello di oltrepassare la rigida cortina del pudore. Certi cazzi, rimangono tali. Inutile [e sconveniente] parlarne; nessuno dice cose tipo l'acqua è bagnata o il sale è salato.
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Con la famigghia, ogni volta che torno a Bologna, non avverto il disagio delle cose mai dette, ma ho la consapevolezza che il rapporto che ci lega potrebbe essere molto più ricco, se solo si osasse bussare a certe porte. Recentemente, grazie allo straminchioso facebook, mi sono ritrovato le richieste di amicizia di mio fratello maggiore e relativi moglie e figlio. La titubanza c’è stata, ma non ha minimamente influenzato i miei tempi di reazione; ho cliccato immediatamente per accettare le loro richieste, consapevole che consegnandogli le chiavi di quell’ignoto mondo costruito lontano da loro, avrei con tutta probabilità trasformato agevoli ipotesi in scomode certezze.
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Confesso che un po’ di panico mi ha colto; infatti ho tempestivamente invitato alcuni amici, soliti nell'apostrofarmi leziosamente con aggettivi come bella, oppure stupida, o ancora pazza, a fare appello alla loro coscienza. Poi mi sono reso conto che non potevo delegare ad altri quel compito che spettava unicamente a me, e mi sono forzatamente strafottuto di tutto, a partire dai commenti sotto certe [tante] foto che mi ritraggono imparruccato ad arte, mentre fo' la stupida e la pazza con i mie amichetti ricchioni e non.
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Inoltre mi affidavo al fatto che il fratellone, già da qualche tempo, mi avesse lasciato intendere di conoscere [anche per ragioni professionali] alla perfezione tutti i miei movimenti, trovando addirittura una terminologia quasi aulica per definire la diversità del fratellino. Terminologia che di certo farebbe contenti tutti coloro che ne detestano ben altra [frocio, culattone, finocchio, ricchione, invertito, busone…]: Spirito Libero.
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Peccato però che durante il pranzo domenicale di due giorni orsono, mentre raccontavo di un giorno in cui sono arrivato al lavoro completamente fradicio, il fratellone, se ne sia uscito con questa frase: e allora ti sei fatto prestare un babydoll da una collega? Alla mia richiesta di spiegazioni Prego? Non ho capito, che c’entra ‘sta cosa? ha fatto il vago e ha cambiato discorso.
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Gli avrei voluto spaccare la faccia, ma fortunatamente sarebbe anche quello un comportamento troppo intimo e confidenziale.
E lo Spirito Libero rischierebbe di rompersi un’unghia.