Viviamo ormai in una società blindata nella più bislacca delle idee di riserbo e riservatezza. Basti pensare alla questione privacy. Una trentina di anni fa ricordo quanto fosse del tutto normale cercare sull'elenco telefonico il numero e l'abitazione di qualcuno. Al punto che per inibire il proprio numero dagli elenchi ufficiali, era necessaria una richiesta scritta e il versamento di una quota, se non v'erano presupposti logici tipo molestie o minacce. Non che ciò fosse giusto, ma non mi pare che in tanti si ponessero il problema della reperibilità. Oggi i canali di comunicazione sono moltiplicati e molteplici: dalla telefonia mobile a internet. Scegliamo, tramite facebook, chi, come e quando può farsi un ricco piatto di cazzi nostri, debitamenti scelti e selezionati. Un tempo, uno poteva passare la maggior parte del tempo fuori casa senza preoccuparsi troppo che il mondo lo stesse cercando e si desse pena per lui. Oggi, se ci si azzarda a tenere spento il cellulare per qualche minuto o a non rispondere, ci si trova bersagliati dalle paranoie altrui: dov'eri? perché non hai risposto? sei arrabbiato con me? E se ti affacci su Facebook puoi accedere a informazioni di interesse fondamentale tipo: Valentina è stressatina, Marietta si fa la ceretta o Gargiulo si esplora il culo. In sintesi: la privacy è sacra e non si tocca; posso però, e forse devo, rendere partecipe il mondo circa quanti chili di merda riesco a produrre in un giorno.
Viviamo in una società blindata dal terrore. I bambini fanno oh, e i rumeni fanno buh. Ora, io dico: posso trovarmi in accordo circa l'imprudenza di andare a pomiciare al parco dopo il calar delle tenebre. Non vorrei fare paragoni con il passato; ho avuto la fortuna di vivere infanzia e adolescenza in ben altri tempi, dove il coprifuoco era riservato a pochi eletti. Però esisteva un concetto di comunità reale, concreto e stratificato. A partire dai piccoli e grandi condomini, dove non era necessario essere amici o cenare insieme per porgersi una mano. Era consuetudine, ad esempio, lasciare un figlio alla dirimpettaia per un pomeriggio. Buongiorno. Buongiorno. Le posso lasciare la belva per qualche ora, signora? Ma ci mancherebbe, molto volentieri; ma la posso tenere legata?
Quello che mi fa incazzare è quanto oggi basti puntare il dito contro qualcuno. Contro il rumeno carnefice come contro l'italica vittima. In una direzione che non sia mai la propria coscienza. Mi meraviglio come la vox populi innalzi il proprio grido di indignazione verso le autorità, e rivendichi diritti di sicurezza e rassicurazioni. Tanto bastano le promesse di ronde e controlli a tappeto. Efficacissime, poi. Basti vedere quello attuato a Roma contro le prostitute straniere. Espulse a loro spese = condannate a restare. Non possono nemmeno farsi quel centinaio di clienti necessari a raccimolare il prezzo del volo per la Colombia o il Brasile.
Mi incazzo ancor di più quando le pseudo analisi sociopolitiche vertono unicamente su scontate quanto comode associazioni, con il risultato della più bieca etichettatura. Immagino quanto un rumeno, come un qualsiasi straniero proveniente da una terra difficile e controversa per storia e fatti (mi chiedo se ci sia mai un po' di comprensione, che non significa giustificare tutto), arrivi in Italia con il sano e nobile proposito di stuprare ogni donna e malmenare i loro uomini. Non sia mai che egli giunga animato da speranze e ambizioni (per non parlare di false promesse, vero cari imprenditori e malavitosi nostrani?) di vita che lo conducano ad uno status di maggior benessere e decoro. Ecco invece il kit di benvenuto: che comprende un bel marchio a fuoco come derelitto disumano, più disprezzo e diffidenza a volntà. Tutto gratis. Per lo stato, s'intende. Ciò non giustifica certe scelte, ma se non altro potrebbe aiutare a comprenderle.
In paesi come Francia e Germania, dove esistono problematiche legate a fenomeni d'immigrazione ben più vasti e remoti, si attuano precisi piani d'integrazione sociale e culturale, funzionanti rispetto ai nostri, inesistenti. Per l'Italietta però non vanno bene; troppo difficili e soprattutto dispendiosi. O ci troviamo di fronte a comunità come quelle cinese o pakistana, che sono riuscite a crearsi un tessuto sociale e lavorativo a tenuta ermetica, oppure gettiamo ogni responsabilità allo straniero che si trova di fronte a un nemico caricato ad arte con tanta xenofobia a buon mercato.
Ho assistito a scenate di una violenza gratuita e inaudita da parte di civili italiani nei confronti di bestie extracomunitarie (categoria alla quale i rumeni non appartengono più, tra l'altro), specie sui mezzi pubblici, da procurare il vomito a me, frocio anticlericale che non procrea e che la sera si accoppia selvaggiamente in anfratti bui con i propri simili. Dove sono tutte le regole e i princìpi che regolano il concetto di umanità professati da una dottrina religiosa come la nostra? Dove sono tutti quei nobilissimi ideali di amore universale tra i popoli?
Sono tutti rimasti imprigionati nelle solenni encicliche e sull'incantevole volto di una megera in scarpette rosse, in apertura di telegiornali.







Se l'astrologia fosse una scienza riconosciuta e inconfutabile, da qualche giorno il mio cielo avrebbe sicuramente qualche quadratura storta, più di un trigono sbilenco e un ricco assortimento di cazzi vari, tutti di traverso. Niente battute da cabaret di infimo ordine sull'ultima parte della frase precedente, grazie. Della televisione avevo già raccontato, ma è stata una disgrazia che ho gestito con molto quanto inaspettato spirito sportivo. Tra l'altro ho un ottimo pretesto (xfactor) per trascorrere una serata allegra, in compagnia di alcune 





Conobbi Pappàra nell'estate del 2003. Un ragazzo che avevo cominciato a frequentare mi presentò questa sorella bella, solare, intrigante e strabordante di quel sarcasmo divertente, e talvolta spietato e cinico, che poi avrei imparato appartenere al dna della sua famiglia.