n.b.: non è il titolo della nuova canzone dei Negramaro.
Sono due giorni che la sera, uscendo dall'ufficio, salgo a bordo di un auto che miracolosamente, e non lo sapevo, si trasforma in una pagaia.
Roma, chi la conosce sa, si trasforma realmente in una enorme pozzanghera, non appena cadono due gocce d'acqua. Al romano medio poi, l'acqua piovana deve suscitare paure ataviche, poiché basta una nuvoletta microscopica a imbrattare il limpido cielo, per piombare il culo sul sedile dell'automobile. Con le dinamiche e le scene che chiunque può benissimo immaginare, se si conosce la genuina delicatezza tipica dei cittadini romani. Tutti o quasi d'adozione, d'accordo, ma da qualcuno avranno attinto, o no?
Questa forse inutile premessa, giusto per dire che oggi sono venuto al lavoro con i mezzi, e che probabilmente tornerò a casa a nuoto, visto come si sta mettendo anche oggi. Ah ecco, appunto. La premessa non era inutile. I mezzi pubblici. Più la genuina delicatezza del cittadino romano.
Quando prendo i mezzi, mi rendo conto che se non fosse per le attese spesso snervanti a cui si è sottoposti, la cittadinanza sarebbe molto più rilassata e talmente immersa nei cazzi propri, tra cellulari-ufo e lettori mp3, che non ci sarebbe bisogno di alcun kit di sopravvivenza [mortacci, insulti e botte] per la difesa degli stessi cazzi propri. Ho assistito, nel corso degli anni, a scenate assurde al limite del surreale, per capire quale razzismo imperi e la faccia da padrona anche in questioni banali come la conquista del posto a sedere o di quello in piedi più comodo per se stessi, in barba ad ogni logica del buon senso e del quieto vivere. Lì si scatena il delirio, e considerata la carenza o la latitanza di argomentazioni valide, dopo il primo ao' si personalizza lo scazzo a seconda dei soggetti coinvolti. Da maledetta vecchiaccia a brutta buzzicona, da cesso ambulante a anvedi sto negro, l'assortimento scorre libero e ricco su una sempre vasta gamma di offerte.
Oggi, ad esempio, un ragazzetto emaciato e vagamente emo, è stato aggredito da una signora unta e bisunta che aveva abbinato un cardigan marròn merda con una gonna giallo piscio; costui ha ripreso tosto a navigare sull'ipod reimmergendosi tra i propri ormoni scatenati, mentre la signora nemica del sapone e degli stilisti continuava ad inveire contro questa gioventù di oggi che ah! nun c'ha ritegno [e guarda come se conceno], mentre in realtà il ragazzetto era talmente immerso nei propri brufoli che proprio non si era posto questioni di bon ton. Una volta cedutole il posto, ha atteso un paio di fermate, quindi approfittando della propria discesa e giunto in corrispondenza del finestrino che proiettava l'immagine della fetida bagascia, le ha bussato e le ha fatto un cenno di saluto con un sorriso largo e sfrontato, mostrando il piercing sulla lingua. Non so se sia stato il piercing a fare ammutolire la borbottante megera, ma di certo quel sorriso ha contagiato me e una ragazza marròn cioccolato che stava in piedi al mio fianco. Perché anche il marròn è un bel colore; basta saperlo abbinare alle situazioni e alle persone corrette.
In tutto questo sono le venti. E non sta piovendo.







Qualche notte addietro mi sono svegliato in un bagno di sudore, sotto le coltri di disagevoli imbarazzi e malmostosi pensieri. Non riuscendo a riprendere sonno ho pensato di darmi ad un po' di autoerotismo, sebbene in questo ultimo periodo abbia le pulsioni sessuali tipiche di una marmotta a gennaio. Infilo una mano sotto la mutanda e ahi, avverto un brufolo sul pisello. Al che sfilo la mano e la ripongo dietro la testa insieme a quell'altra. Non ho mai avuto un brufolo sul pisello, penso. Poi il brufolo penale lascia spazio ai tumorelli e alle metastasi di questo mio vivere. Non so perché, ma di notte anche certi piccoli e vezzosi nei rischiano di diventare dei carcinomi spaziali. Come se le cose alle quali di norma do una forma e un colore specifici, assumessero improvvisamente contorni incerti o deformati, cromatismi e sfumature che balzellano alla pazza sulla scala di un
Ok. Tra breve sarai in onda. Ripassiamo la parte, prima. Un po' di concentrazione. Tranquilla, poi richiamo il marmista per il makeup. Disgrana quegli occhioni e tira fuori le palle... quelle metaforiche intendo.