Che poi, culo dei culi, a Bologna c'è una temperatura ai limiti del ragionevole. Mi sono persino buscato un mezzo raffreddore.
Sono in questo fetido e lercio Internet Point di via San Vitale, gestito da un simpatico e olezzoso pakistano. Appena entri ti accolgono il suo sorriso e la magica commistione della varecchina con il curry, che quasi quasi scrivo alla nonnina dell'Ace e le lancio la proposta di bisiness.
Prima ancora, un salto in agenzia per il biglietto che domani mi riporterà nella capitale; trovo una commessa tutta carina, prezisina e tanto tanto zentile, con la sua esse ben bene insciaponata. La mia ormai è un lontano ricordo. Qui, nella mia città natìa, gli ao', i verbi tronchi e le doppie che abbbundano echeggiano fin sui vicini colli, e mi fan sentire forestiero. A Roma accade l'esatto contrario. Al primo accenno di esse, è un via di ma tu nun zei de roma, ah zei de Bbologna (con le o più aperte che esistano) come dite voi pure? mo' scioccmell? ...ghe poi, ma che vvor dì?
E lì, quando il richiedente merita, gli vorrei proprio togliere ogni curiosità con una bella dimostrazione pratica.
Ma nun ze po'.
Mentre attendo il bus ventisette-barra-a, passa un tipetto in braghini corti, dall'occhio ceruleo, la coscia prominente e il polpaccio sfuggente; costui mi guarda con aria come dire di... non l'ho capito. Però gli avrei azzannato almeno una coscia. Gli avrei.
Un istante immediato dopo, mentre scorgo l'arrivo del ventisette-barra-a [ché mica siamo a Roma, qui] passa in groppa ad una bici, un altro tipo, più smuntarello. I nostri sguardi si incrociano e... toh, ma pensa te chi si rivede: il Ciccio.
Il Ciccio è stato un amichetto dei miei prepuberal years, un tipino biondastro e smilzo, a dispetto del nomignolo, con la verve tipica del bradipo sotto overdose, e con due begli occhi verdi che si sfanculavano leggeri e sexy, l'un l'altro.
Ebbene, un misterioso ed afoso dì, improvvisamente, il Ciccio divenne la mia ossessione erotica. L'avevo rimosso, prima di oggi, quel pomeriggio d'estate, davanti ai giardini della scuola. Io sedevo su una panchina, mentre il Ciccio in larghi e corti bragotti e in sella alla sua biziclatta, dava in bella mostra i suoi coglioncelli peloselli. Me li sognavo la notte, quei biricchinelli che giocavano a cucù con me.
Comunque si difende piuttosto bene il Ciccio. Per quel poco che l'ho rivisto. Forse un secondo più qualche frazione. Lui non credo mi abbia riconosciuto. A me invece è bastato guardarlo bene bene e dritto dritto nelle palle.
Degli occhi, s'intende.
Sabato scorso mattina, alle prime luci dell'alba, mio fratello con moglie siberiana e figli al seguito, è passato a raccogliermi vicino casa, per fare il viaggio insieme verso Bologna. Veniva dalla Sicilia, col suo camper, e aveva deciso di fare un salto al cimitero di Prima Porta, dove riposano, così dicono, i nonni.
Arriviamo davanti ai cancelli del cimitero un po' troppo presto, al che si decide di colazionare in un bar. Il giorno dopo Ferragosto non è facile trovare qualcosa di aperto, così girovaga che ti girovaghi, si arriva nel centro di Tirana. No... forse la periferia di Bucarest? No. Uhm... Varsavia? Noneee. E allora, sarà Sòfia.
Trattavasi, in verità, del quartiere di Prima Porta, dove ero stato miliardi di volte, anni orprima, poiché lì ce sta un ristorantino fino fino dove me ce portava zempre er mi ecchèse. Chiamasi Al Trombone.
Perché er mi ecchèse, lui sì che era [è] uno dei Parioli.
Ma a parte ciò, rimango imbalsamato alla visione di codesto esercito dell'est, di quell'assembramento di muscoli tirati, ricoperti da quella leggera peluria bionda, ulteriormente schiarita che crea un sublime contrasto con quella pelle perfettamente ambrata dal sole cocente di lunghe e sudorifere giornate trascorse in cantiere.
Qualche istante; asciugo la tastiera.
Ma... quello mi sta guardando... ed anche quello.. e persino quello... oddioddioddio...
Poi mi ricordo della cognata siberiana, alle mie spalle. Questa sorta di Sarah Ferguson in formato velina che davvero, finché non parla, sembra tutto tranne che russa. Poi apre bocca e via di balalaika. Tanto caruccia lei.
[Maledetta].
Tutto questo per dire che non c'è molto da dire. A parte che, come si sarà forse evinto, in questo periodo mi tromberei persino un platano.