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Maialini Ar Culo

Il Dr.Psycho dice che sono una merda
Scopri cosa dice di te su http://psycho.asphalto.org/test/.

venerdì, 25 luglio 2008

Ho sempre sostenuto di preferire l’essere lasciato al lasciare; innanzitutto lasciare è una scelta che richiede troppi forza e  coraggio, per me che non sono capace di provare indifferenza, ma nemmeno di mostrare impassibilità al soggetto colpito dalla sassaiola o dalla tempesta di merda da cui si sente travolto. Essere lasciato è sempre la scelta, indotta o meno, di chi ha chiuso un cerchio, [o di chi pensa di averlo chiuso] [segue ghigno satanico]. Io non sono capace nemmeno di chiudere la zip ai pantaloni.

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Premessa per dire che  non potrò mai scordare l’alluvione emozionale che mi travolse quando venni ufficialmente accannato l’ultima volta. Successe ormai un milione di anni fa, o forse due. Scesi da quell’auto, una sera di gennaio, e percorsi il tragitto, un chilometro [o forse due] che mi separava dal caldo e confortante ricovero che mi attendeva. Mentre raggiungevo la meta, le lacrime sgorgavano tipo cascata delle Marmore [stavo scrivendo Niagara, ma anch’io ho una parvenza di dignità] creando, con la complicità dei fari delle auto, quell’effetto un po’ liquid e un po’ flue, che facevano tanto Hollywood. Quel tanto abbastanza da farmi sentire una sorta di Rossella ‘O Hara sciocca e piagnucolante. Ché se c’è un personaggio isopportabile, nella storia del cinema, è quella zecca petulante ed inzuppata nei merletti, interpretata da Vivien Leigh.

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All’epoca ero ospite di un amico, nella casa che attualmente occupo. Mi attesero due pazienti orecchie e due forti spalle. Più qualcosa di caldo da mettere tra i denti. Che, porcoddue [porco]; mi passasse almeno la fame per qualche mese, mentre soffro le penne dell’ammore.

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Anyway, di acqua sotto i ponti tanta ne è passata, ed eccomi qui, in quella stessa casa dove all'epoca mi riparai da tutte quelle risposte che, come direbbe una cara amica, erano dure da mandare giù. Inghiottite quelle, ringrazio di avere uno stomaco in titanio, e la digestione di un brontosauro. Che non ho idea di come digerisse, ma suona bene.

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Pensare solo agli stracazzi propri, senza dover rendere conto di niente a nessuno, senza pensare di dover subire processi alle intenzioni, o assistere alla vivisezione di ogni parola/azione detta/fatta o non detta/fatta… beh, sarà poco romantico e cinematografico, ma tanto più semplice. Poi non è uno che non ci provi a tirarsi fuori dal proprio bagnetto piastrellato in puro realismo con intarsi di cinismo. Solo che in quel bagnetto mi ci trovo costretto sempre a tornarvici, in preda agli spasmi della dissenteria oppure, come è successo recently,  per pulire la merda che qualcuno ha rovesciato sulla mia camicetta nuova. [di pizzo].

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Non che ci torni ferito o disperato; e questo un po’ mi spiace, perché avevo talento per il ruolo di quella zecca petulante che è Rossella ‘O Hara. E un po’ mi piaceva anche, in fondo. Invece mi ritrovo a convivere con questo ego suino che mi costringe al ruolo di imperatore del mio letamaio. Volevo dire universo.

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Uno ci prova anche a dirsi guarda che non sei meglio degli altri, abbassa la cresta ché sei solo un vecchio porco in questo mattatoio che è il mondo. Invece mi guardo intorno, ormai più curioso che ottimista, e mi scontro con questo e quell’altro, trovando tanta gente [quanta gente] che mi fa pensare toh, ecco un altro che non vorrei mai essere.

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E non è che abbia un’opinione così alta di me stesso...

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Nemmeno mi consola di pensare di non sentirmi il peggio....

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Io volevo solo essere Rossella ‘O Hara.

ditato da: IlDitoArCulo alle ore luglio 25, 2008 18:30 | Link | commenti (21)
dito/i:indice, medio, anulare
lunedì, 21 luglio 2008

 

ma quanto cazzo è brava Cirilla Corvo?

artist: Sheryl Crow - song: Now That You're Gone

ditato da: IlDitoArCulo alle ore luglio 21, 2008 15:51 | Link | commenti (8)
dito/i:mignolo
martedì, 15 luglio 2008

A distanza di un anno, mi sono fregiato nuovamente di quella esperienza ai limiti del paranormale, che è un viaggio notturno di 400 km in compagnia di zia Sfortunella. Che di mia mamma è la sorella. Raccontai di un precedente viaggio, dei fiotti piagnistosi che intramezzavano i suoi racconti di vita [roba da grattarsi che manco l'orticaria più urticante), enfatizzati dall'afflizione della, allora ancora fresh fresh, perdita di quella possente figura matriarcale della stirpe ciociara dalla quale discendiamo; la mitica Angelaina [ora disponibile in versione americanizzata].

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Ebbene, è trascorso un po' di tempo da quel lutto che devastò e stordì ulteriormente l’intero casato. Il tempo, si sa, stempera e lenisce e, appunto col tempo, la cara zietta ha ripreso il suo lamentoso e cantilenante sciorinare di sempre. Senza tutto quel corredo di gemiti soffocati da lacrime fracicose.

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Va detto che la signora in questione meriterebbe il titolo ad honorem di magnate [magnete] della sfiga. Sfiga poi; la chiamo così per semplificare, ché il concetto di sfiga sarebbe troppo articolato, ed io sto cercando [ahah] di essere sintetico.

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L'ho sempre osservata scricchiolare come una vecchia cassapanca tarlata [sorry, zzi'], sotto il peso di, due punti

1)un marito pescato direttamente dall'era medioevale, 2)una madre critica e intransigente, 3)un figlio disadattato e autodistruttivo, 4)una figlia copiacarbone, abile quanto lei nel perdersi dietro un ulteriore uomo con l'armatura di ferro, a sua volta genitrice di 5)un’adolescente che da qualche annetto se la spassa con due amichette di nome bulimia e anoressia, 6)stop. Direi che può bastare.

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Nonostante tutto questo, la zia è  una che appena vede il nano in televisione, viene presa da forti conati e deve [sue parole] immediatamente cambiare canale. E solo per questo merita tanta ammirazione. Della serie: anche alla sfiga c'è un limite.

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Vero è però, lo ammetto, che ella mi suscita il sentimento più inutile di questo mondo: la compassione. Del resto l'ho sempre vista costante bersaglio di istinti protettivi [la sorella, il padre, i figli] come di teoricamente più utili tartassamenti di ovaie da parte della madre, degli altri fratelli e delle sue amiche; ogni mio possibile apporto mi è sempre parso alquanto futile.

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Fu una sua amica a istigarla di mettere definitivamente alla porta quell'immenso fagotto di merda sotto sembianze umane di suo marito. Da lì la vita non sarebbe stata affatto semplice, ma se non altro non doveva più coesistere  con tutta quella puzza dentro casa e dentro al letto. Ciò di cui mi dispiaccio è la percezione netta di una donna che cammina lenta verso un tramonto che di certo, lei pensa, non le potrà riservare nulla di buono. As usual.

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Ora che sono tornato da solo a Roma, lasciandola per un paio di settimane sotto le amorevoli cure della sorella più saggia e determinata, sono enormemente rinfrancato, perché staccare la spina fa bene a tutti. E poi le due ciocio-sisters si amano smodatamente; è uno spettacolo commovente al limite dell’imbarazzo vedere queste due donne vicine ai settanta che ridacchiano e si prendono in giro come due mocciose in età prepuberale. Per una volta, almeno, non ho compiuto il viaggio di ritorno in compagnia di quei soliti cazzo di sensi di colpa.

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Ma tornando al viaggio di andata, la zia mi ha raccontato delle ultime vicende, del beccamorto medioevale, della nipote buli-disgraziata, ma anche della bellissima notizia che i fratelli, all together, hanno deciso di lasciarle l'appartamento dove vive, visto che era parte dell'eredità lasciata dall'imperatrice Angelaina e che andava venduto e spartito. Lo raccontava ancora un po’ incredula [lo vedi che non sei così sfigata?], mentre a me il petto si gonfiava come un materassino. Lì ho pensato che il sangue, forse è vero, non è piscio.

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Un capitolo a parte circa la sua vis comica, assolutamente involontaria, con la quale mi sono deliziato e talvolta strozzato, durante il viaggio. Tipo quando quel giorno stava al centro, vicino a Castro Petrolio. Pretorio, ziaVabbe', lì... Il top nel racconto di lei bambina, spettatrice del barbaro affettamento  di un enorme capitone vivo, i cui pezzi continuavano a dimenarsi dentro la bacinella. A parte il raccapriccio generatomi da cotanta immagine, mi sono un attimo disorientato all’idea di questo capitone che urlava. E dunque via a sforzarmi di capire che cazzo di verso potesse emettere un capitone morente a pezzettoni.

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Che poi, il capitone non è un serpente? O è un pesce? O forse sarà, anche se non sembra, un lontano parente del delfino, che non è un pesce anche se lo sembra, e che fa quel verso lì, quello della vecchia pubblicità del galak? Bah... magari sarà un verso simile a quello.

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Poi, mentre la zia era già passata ad illustrarmi le ricette della coda alla vaccinara [io ce metto tanto tanto sedano] e della coratella [tanta tanta scipolla], l'ho stoppata per chiederle conferma circa il capitone urlante. Al che lei ridendo mi fa: io strillavo! mica il capitone. Ah ecco. Non avevo proprio capitone. Tant pour changér.

ditato da: IlDitoArCulo alle ore luglio 15, 2008 14:28 | Link | commenti (17)
dito/i:indice, mellino
sabato, 05 luglio 2008

Per accedere a questo blog, ce ne vogliono di ricercate, di raffinate.

La prova in un dossier di 16 pagine.

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ditato da: IlDitoArCulo alle ore luglio 05, 2008 19:39 | Link | commenti (13)
dito/i:mellino
mercoledì, 02 luglio 2008

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Il problema non è dare una spiegazione ai sogni che si fanno. Specie quando, come me, ci si gioca con le metafore, anche in maniera spinta. Il problema può piuttosto essere quello di svegliarsi una mattina, con il senso della realtà annebbiato forse da quel bicchiere di troppo. No, la ranarospo no. La ranarospo mi fa paura. Poi, desto da qualche minuto, data un’aspirina ed un bicchiere d’acqua fresca al senso della realtà, essa comincia a riprendersi progressivamente il possesso di te. Solo lì ti chiedi se questa cazzo di ranarospo esista o meno. Certo che no che non esiste, vecchio rintronato stordito che non sei altro... ma a pensarci bene, ne sei così sicuro?

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La ranarospo la potrei disegnare, per quanto ce l'ho stampata bene in mente. Solo che non mi va di disegnarla. Ho studiato disegno per tanti anni. Lo studio del disegno, o forse quel tipo di studio sul disegno, con un'insegnante sbagliata [sbagliata per me, intendo], mi ha tolto tutto il piacere istantaneo del foglio di carta e della matita. Del dito sul vetro appannato o sulla sabbia bagnata. Ma a parte questo, non serve disegnarla. Basti pensare ad una sorta di moscoide gigante, grosso quanto, appunto, una rana, con ali dalle fantasie geometriche di colore giallo e nero. Più un' aponamoscona che una ranarospo. Ma nel sogno, è la ranarospo. Quindi ranarospo forever. 

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Anche perchè la ranarospo zompetta come, appunto, una ranocchietta sotto l'effetto di una pasticca. All'impazzata, senza altra intenzione alcuna se non quella di zompare come una forsennata. Ti zompa vicino, poi si riallontana. Poi si approssima di nuovo verso te, senza mai avvicinarsi troppo. Io ho cominciato ad urlare terrorizzato, e se non sono saltato sopra una sedia è perchè forse una sedia, nel sogno, non c'era.

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Non posso sapere se la ranarospo sia o meno una bestia pericolosa, addirittura letale. Nemmeno posso affermare che rappresenti quanto di più repellente abbia mai visto, vita reale compresa. So solo che mi ha fatto cacare sotto. E tanto.

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E pensare che i miei sogni sono spesso così chiari, limpidi e del tutto intelleggibili; al punto che al risveglio spesso mi lamento per cotanta scontatezza nelle scelte delle proiezioni notturne. Ma non avendo molto altro a cui pensare ultimamente, e giusto per non disabituare alle pippe il cervello che da un po’ riposa sin troppo beato e indisturbato, le risposte fioccano. Fioccano, ma non tuonano. Come ogni se ogni nodo sciolto ne rivelasse un altro aggrovigliato; come se una porta che finalmente si apre ne celasse un' altra serrata. Surprise.

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Penso dunque a questo stato d'animo di recente acquisizione, al quale no, non mi sono del tutto abituato. Ché pare tutto troppo semplice. Come se pensassi che le cose belle sono destinate a finire, o a diventare semplicemente cose diverse, e forse per questo meno belle. Mi sono talmente abituato a vivere trinceato nel mio bunker ben arredato, con la sola compagnia dell'utopia che qualcosa, qualcuno, niente e nessuno me ne tirasse fuori, che ora che la punta del naso fa cucù, ho ancora dubbi. Colui che si professa talora ottimista, talora realista o entrambe le cose, si scopre un semplice diffidente. Un perfetto e reale cacasotto. Ma non l'ho scoperto oggi. E' solo che qualcuno/qualcosa me l'ha finalmente detto. Gettandomelo addosso.

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La ranarospo. Mi sto convincendo che la ranarospo non sia poi quella bestia orripilante, perfida e minacciosa. Quando ella tornerà a trovarmi, la accoglierò tranquillo. Poi la lascerò libera di zompettare dove e come cazzo vuole. E magari mi ridedicherò a ciò da cui mi aveva distratto. Se prima non mi sono ricacato sotto.

ditato da: IlDitoArCulo alle ore luglio 02, 2008 12:18 | Link | commenti (6)
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