
I'll be back soon.
[pare-credo-spero]

Qualcuno sostiene che il festival di Sanremo non abbia nulla a che fare con la musica. Invece, secondo me, c’entra eccome. È la cartina tornasole della situazione musicale, e non, di questo paese. Una torta industriale e indigesta, eppure allettante considerato in quanti si scannano per la sua spartizione. Poi vedi due cagne, una che scodinzola scomposta sul palco, ed una che abbaia noiosa seduta su uno sgabello, per scoprire che hanno, nientemeno, vinto le selezioni di un’accademia musicale. In linea teorica dovrebbero rappresentare la crema, il meglio.
Tutto torna osservando sul tavolo il mio ultimo cd acquistato.


Protagonista della complessa notte appena trascorsa, è stato il fantasma pedante del filetto di baccalà [pastellato + fritto = bbono] che ieri sera mi ha sedotto dalla vetrina di una gioielleria sulla Colombo, e che la mia collega mi ha generosamente offerto. 1 filetto di baccalà + 1 etto e mezzo di mortazza [tajata fina fina fina] + 4 ciabattine = 6.50 euri. Leccate di culo dei gioiellieri in omaggio. Anyway, il filetto mi si è appoggiato su una spalla e lì mi ha cazziato tutta la notte fino allo spietato verdetto finale: il tuo fegato è stato nominato.
A proposito. Qualche giorno addietro ho avuto la sventurata idea di soffermarmi su un quotidiano del grande fratello, e ho sgiaguratamente appreso dell’esistenza di un essere tra i più ributtanti da me mai visti. Una mostruosità che si può riassumere nella giovane e molto malriuscita copia di Mike Buongiorno, con la voce e la parlata di quel nano là; quello del puppolo della libertà. Visto qualche altro partecipante, ho tanto desiderato di essere abbastanza ricco da potere dirigere una intiera flotta di elicotteri su Cinecittà, e lì propagare merda con generosità.
Ieri sera, poi, mentre tornavo a casa, sempre con il baccalà blaterante sulla spalla, non realizzavo il percorso del bus. Mi abbioccavo e mi destavo col risucchio del filo di bava che già mi scendeva sul lato verso il quale piegavo la testa, più il panico di avere oltrepassato la mia fermata. Avessi saputo quale fosse. Che poi, giunto a casa sono rovinato al suolo, come trafitto da un aeroplano. Mi sono addormentato con sottofondo di tenere frasi all’aroma di pesce: e il fritto non dovevi, e il fritto ti fa male, e mmo’ so’ fegati tua. E soprattutto ricordati di puntare la sveglia.
Come?... Che hai detto?... Puntare che?… ![]()
Stamattina mi sono svegliato mentre avrei dovuto essere da venti minuti in ufficio. Il baccalà era ancora lì sulla spalla, ronfante, con la testolina penzolante e il rivolo di bavetta che colava giù da un lato del becco. Uh, anche tu. Un cazzotto in testa come con i conigli e via. Sciòpa. Una parte l’ho riposta nel mio portabaccalà di fattura pakistana, l’altra l’ho avvolta nel cellophane e l’ho portata in omaggio alla Regina, che ne è ghiotta e affamata più di me.
E poi sono andato al lavoro. E poi eccomi qui. E poi thanks god it's friday.
Nel precedente post ho omesso un dettaglio non trascurabile; il rhum calabrese che sfrecciava a tremila km orari lungo il circuito angiologico. Grazie ad esso ho irretito nuovamente il maledetto. Ricordo, ahah, che non appena rispostogli a quel ciao e riconosciuta la sua schiena, gli ho gridato uè, vieni qui. Ma la musica deve avere coperto il suadente invito, oppure il maledetto ha fatto il vago. Cosa che sembra riuscirgli bene. Chimica, chimica, chimica eccetera. Sono uno che alla chimica, orcoddue, cazzo se ci crede. Peccato che io riveli la dimestichezza della massaia imbranata che mischia l’acido muriatico con l’ammoniaca e la varechina. Ma è la chimica ad avermi offerto tra le più rare ed indomite prove di coraggio. Come quella sera in cui, dopo avere mescolato sapientemente il cif con il vim, il maledetto ed io ci sedemmo sui gradini del minicinema, per un ultimo round di birra e baci. Fu lì che, guardandolo dritto negli occhi fui capace di tanto: ci scambiamo i numeri?
Ecco, lo ricordo come fosse ieri, e tale lo ricorderò persino in punto di morte; i suoi occhietti verdi [verdi?] che si abbassarono, il suo bellissimo sorriso che si piegò in una curva di imbarazzo, e quella malefica frase assassina-entusiasmo: preferisco di no. C’era anche Nato, quella sera. Lui forse ricorderà gli effetti terribili dovuti a quel trauma. Un vero e proprio attentato al mio ego chihuahua. [Mi piace la parola chihuahua. È la seconda volta in pochi post che la utilizzo. Chihuahua.]
Però. C’è un però. Uno spiraglio; la speranza tipica da sala di rianimazione. Ci si dà ipotetico appuntamento per la riapertura, di lì a breve, del famigerato venerdì al Circolo degli Artisti, serata culattacchiona assiduamente frequentata da entrambi, ma che mai vide l'un l'altro scorgersi. Paradosso fu quel venerdì di settembre, non appena entrato in una sala di quel locale, trovarlo all'istante, appartato in un angolo, solo e piuttosto pensieroso. Non aveva un’aria particolarmente gioviale. Sicché, dopo pochi convenevoli, mi seccai come un calzino nell'essicatoio. Il chihuahua cominciò ad abbaiare: cazzo fai ancora qui? Lascialo cuocere nel suo brodo, questo pollo impunito. Raggiunsi quindi il gruppo dei miei amici, fingendo di dimenticarlo. E fanculo.
Lo ribeccai in chat, mesi dopo. Vidi le sue foto e ancora chimica, chimica, chimica eccetera. Improntai un approccio morbido alla ma guarda chi si rivede. La sua risposta parve impregnata dell’ entusiasmo tipico da rata del mutuo scaduta. Il chihuahua [ecco il titolo per il post] abbaiò ancora più istericamente. Not reply. E fanculo once again.
Successivamente solo casuali e fugaci occhiate nel marasma generale, con saluti da mezzo nanosecondo e quel pensiero di sempre, però strozzato. Chim. Infine la rimpatriata casuale di venerdì scorso. Lo inizio a pedinare nel labirinto, con sottofondo mentale alla profondo rosso. Giunti al crocevia da me designato lo stringo alle corde. Chimica, chimica, chimica eccetera. Poi le nostre sigarette al buio, l’accendino puntato sul suo tenero disagio. Ci congediamo sulla strada con un rapido bacio a stampo ed un ciao a spalle, questa volta le mie, di nuovo voltate.
Maledetto... e tu zitto, chihuahua di codesta minchia.