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giovedì, 27 settembre 2007
Moglie?

Dimmi caro…

Chemmi dici di Tori Amos?.

…mmmmhhh… non so… lei non mi piace tanto… credo...

Tradotto: non ha mai suscitato in me sufficiente interesse da approfondirne la conoscenza, indi esprimere un' opinione.

Archiviato il caso Joni Mitchell, con parziale assoluzione da parte di Mas (Guardaaaa… ora io rispetto lei come musicista; canta di dio, musica bellissima… pewò!... come persona lei mi fa cagare), sottopongo alla sua attenzione un paio di canzoni di Tori Amos, da dei cd in mio possesso, da immemore tempo nascosti sotto spesse coltri di polvere. Ancora una volta fu la musicofila Regina, una quindicina di anni fa, a propormi questa cantautrice dalla chioma rossa e dall’ aria vagamente indemoniata.

Il disco che consumammo per qualche mese, oltre a bellissimi pezzi decisamente malinconici e struggenti come Crucify o Silent all these years, offriva una variegatura di generi e stili che la rendevano piuttosto affascinante ed interessante. Quando la vedemmo a Roxy Bar in quella che, con ogni probabilità, era la sua prima apparizione sulla tv italiana, ci colpì la postura con cui sedeva al pianoforte, consistente in una ampia sforbiciata di gambe sullo sgabello, con tanto di sbattimento avantindrìo e vorticosi inarcamenti di schiena. N' indemoniata, insomma. Si ipotizzava che, non appena avesse terminato l’esibizione, si sarebbe di certo alzata con lo sgabello attaccato alla patonza, a mo' di ventosa. Col congedo di Red Ronnie: grazie a Tori Amos per essere stata qui!… ehm… sorry, could you leave here the stool, ‘cause next artist needs it too, please?

Sulle note della prima canzone, Mas mi chiede se nel booklet del cd siano presenti i testi; annuendo glielo porgo e lei comincia a seguire passo per passo le liriche. Da quel momento assisto alla trasmutazione del suo volto, dallo sconcerto al più totale smarrimento. Indi comincia ad emettere qualche what the fuck e a dare segnali di insofferenza e sarcasmo. Quando le dico che mi piacciono tantissimo le musiche e la sua voce, ma che non comprendo un cazzz di quello che canta, causticamente lei controbatte: eh! meglio che tu non capisci…

Ma che dice il testo di questa canzone, ad esempio?

Mmmmhhh… disceeee… di giorno di matrimonio di Kennedy e bouvier (me che fingo di sapere cosa significhi bouvier)… uno spara… e poi arriva polizia… allora sua madre la chiama da prato davanti e pregano per… what the fuck?... forza di Jackie…eeeee… poi disce di stickers (adesivi) su scatola di pranzo con foto di Cassidy… e di questa sua amica che è in clinica perché anoressica…eeeeee poi… lei si è persa in giorno di suo matrimonio… e la polizia è venuta… ma… what the fuck… le vergini hanno sempre backstage…non importa se hanno un cazzz da dire…se ami abbastanza mentirai tantissimo… eee…boooh?... e posando il libretto del cd: guardaaaa questa è una merdaaaaa…

Non paga dello spettacolo appena offerto e sofferto, decide di esaminare il testo di una seconda canzone. Immediatamente sbotta con l’ennesimo WHAT THE FUCK!?! e assumendo un’ aria vagamente evocativa legge e decanta: I know what you want / your magpies have come / if you know me so well then / tell me which hand I use… caaazzz... E in un altro sfottò recitativo traduce: io so cosa tu vuoi … tuoi… magpies sono venuti… se tu mi conosci così bene, dimmi quale mano uso… ma… non significa un cazzz!

Cosa sono i magpies?

Magpies… ...ouh… non so spiegare in italiano. Ma guardaaaa …questo testo non significa un cazzz...

…proseguendo nella lettura raggiunge il top del disappunto con Show me the things that I've been missin' / Show me the ways I forgot to be speaking / Show me the ways to get back to the garden / Show me the ways to get around the get around / Show me the ways to button up buttons / That have forgotten they're buttons / Well we can't have that forgetting that… WHAT THE FUCK!?! Traducendo: mostrami i modi che ho dimenticato di parlare… mostrami i modi di tornare al giardino… eeeee… mostrami i modi di abbottonare i bottoni che hanno dimenticato che sono bottoni (?!?) ma che noi non possiamo avere dimenticato… ma che cazzzz!?! …è orribile! Or-ri-bi-le! Daaaaiiii… lei è ridicolaaaa… Sbadigliando: Ohhhh che stanchezzaaa…

Effettivamente è quasi l’ una…dormiams?

Ok, dormiams… … … Tori-Amos… she-sucks!
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ditato da: IlDitoArCulo alle ore settembre 27, 2007 14:27 | Link | commenti (30)
dito/i:mignolo
martedì, 25 settembre 2007


Monaco di Baviera è austera, gotica, ordinata ed efficiente come ci si può aspettare da una città di Germania. Aromi cipolloidi nell’ etere e, come era lecito aspettarsi in questo periodo soprattutto, torrenti di birra. Già sulla S-bahn che mi conduce dall’ aereoporto alla centralissima Marienplatz, conto nel mio vagone quattordici persone abbracciate alla loro bottiglia. Un saliscendi di persone, bottiglie e biciclette.

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I bavaresi mi sono subito apparsi meno ermetici e assorti dei loro connazionali del nord. Addirittura riesco ad innescare dei giochi di sguardi con un paio di bellezze locali; una biondona poco più bassa di me che pare la terza gemella Kessler, ed un ragazzetto intorno ai 25 anni, in braghe corte, con appresso la sua casa-bicicletta, tanto è sovrastata da zaini, borsoni e scarpe. A giudicare dai suoi polpacci, di kilometri ne deve macinare parecchi, penso. E completamente dimentico della terza Kessler, mi immergo in una contemplazione mistica di quelle due meraviglie. Di polpacci.

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Ancora non sapevo che sarebbe stato un uicchend di profondo misticismo. La mattina successiva, alle ore 9:00, avrebbe aperto ufficialmente l’ Oktoberfest. Non immaginavo che per questo enorme evento, buona parte della popolazione cittadina, i ciofani soprattutto, avrebbe festeggiato esibendo il tipico abbigliamento bavarese. Uomini e donne con i polpacci più belli del mondo. Polpacci certamente forgiati in una vita spesa sulla fittissima rete cittadina di piste ciclabili. Emozionante.

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Nato e Bellantonio mi attendevano a Marienplatz, insieme ad una scatenata ed incontenibile Gea. Costei pare che si sia conquistata, nel quartiere, la nomea di italica puttanella per via delle intemperanze con cui si fionda sui seri e impostati Bayer-Hunde. Zampe all’ aria mostra loro con sfacciata ingenuità  la sua fiorente e, non si sa per quanto ancora, incorrotta natura. I seriosi cani di Germania, annusandola, paiono quasi destati e ringalluzziti da un lungo letargo, prima che i loro severi  padroni li riconducano ad un decoroso contegno. 

 .

L’ Oktoberfest, da sempre, non suscitava interesse in me. La birra, oltre a non avermi mai appassionato, ha caratterizzato almeno un paio di esperienze, per me buon consumatore di vodka e vino, poco simpatiche. A sedici anni, in una birreria di via Nosadella, a Bologna, dopo averne sorseggiato mezza pinta, mi alzai dalla sedia, ma in realtà stramazzai rovinosamente tra le gambe del tavolo e dei miei amici. Qualche anno dopo, durante la festa del congedo militare, grazie al malto e al luppolo, presi la sbornia più devastante della mia esistenza. Mi costò almeno tre incessanti giorni di travasi biliari, accompagnati da costante nausea. Lo scorso anno, per finire, mentre saltellavo con stupida disinvoltura ed una birra in mano ad un gaio party, crollai nel mezzo del prato procurandomi un profondo taglio sulla parte anteriore del polpaccio. Taglio di cui mi accorsi quando, nello spogliarmi all’ alba, avvertii un lembo di jeans che si era annidato, intriso ed asciugato all' interno della ferita, staccarsi insieme alla carne. Dolore.

 .

Dopo aver finalmente partecipato all’ Oktoberfest, tutto posso dire, tranne che potessi aspettarmi una semplice, per quanto gigantesca, sagra di paese. Giostre e  stand gastronomici: ruota panoramica, montagne russe, tagadà e salsicce di tutte le misure con cascate di crauti. Boccali ciclopici, bionde treccine  e stronzi equini che, baciati da un ardente e ridente sole, irradiavano ovunque i loro miasmi. Mi stordivano comunque meno di tutti quei polpacci. Nato, desideroso di ostentare un po’ di cultura da settimana enigmistica, mi ha spiegato almeno tre volte il significato della festa, mentre ondeggiavamo tra tutte quelle meraviglie di polpacci. Ricordo solo di tale Ludwig che sposò tale Teresa. Pel resto polpacci, polpacci e polpacci. Polpacci per tutti.

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I gheis locali. Confermo ciò che Nato ha sostenuto in un suo post, a Monaco ghei = cesso. Ciascun ragazzo bello, alto, con larghe spalle, glutei sodi e un buon mezzo kilometro cubo di polpacci, è di certo etero. Ma posso godere e persino eiaculare di testa, nella sola contemplazione di cotante meraviglie. Un ghei stattlich l’ ho intravisto nell’ ultimo pomeriggio, poco prima della partenza, seduto ad un bar. Mi ha concesso appena un accidentale e noncurante sguardo, negandomi così il poetico e crudele struggimento di un destino beffardo.

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E di poetico c’ è stato ben poco all’ aeroporto, dove Nato ed io si giunge trafelati 20 minuti prima della partenza del volo. Le hostess di terra, gentili ed efficienti mi concedono comunque il check-in. Al controllo del bagaglio a mano mi contestano il possesso di liquidi non posti nella straminchiosa bustina di plastica. Scordato mi fui. Mi segnalano, a mezzo metro dai valichi, un distributore automatico e nel goffo tentativo di estrarre delle monete dalle tasche dei pantaloni, ne faccio cascare e roteare sul pavimento un numero non quantificabile. Raccolgo i pezzi più consistenti e gli altri li calcio via stizzito. Tutto questo sotto gli sguardi di sconcerto degli agenti di polizei, col sottofondo di risa sguaiate di Nato.

 .

Atterrato a Fiumicino, per un soffio perdo il treno di ritorno. Insieme ad una coppia di bovini laziali. Cominciano a muggirsi addosso l’ un l’ altro la responsabilità dell’ accaduto. Li lascio allontandomi e pensando che almeno potrò prendere un caffè e fumare una sigaretta. Tornato sul binario, li ritrovo urlanti e incazzati come tori nell’ arena. E penso che quel senso di soddisfatta e malinconica spossatezza di ogni volta che si torna alla propria vita, è cosa buona e giusta.

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E sono due notti che sogno polpacci…

ditato da: IlDitoArCulo alle ore settembre 25, 2007 15:07 | Link | commenti (25)
dito/i:indice
mercoledì, 19 settembre 2007
Fino agli albori degli anni 90, il nome Joni Mitchell evocava in me, non so come, l'idea di una bovara, probabilmente texana, imbracciante un banjo o un ukulele, le zolle sotto gli stivali e la motozappa parcheggiata davanti al suo ranch. Invece la sua prima canzone posta alla mia attenzione, mi folgorò per la raffinatezza di quegli arpeggi che trovai di enorme fascino, unita ad una voce per la quale mi riesce difficile trovare delle definizioni calzanti. Era semplicemente la sua voce.

Negli anni successivi ho saccheggiato ogni negozio possibile alla ricerca dei suoi dischi, non tutti di facilissima reperibilità. Fu
costante e progressivo innamoramento. Persino i suoi lavori meno riusciti svelavano perle e gioiellini di rara bellezza. Da lì ho scoperto che la sig.ra Roberta Joan Anderson (questo il suo vero nome) era canadese, e non texana. Che aveva sì cominciato negli anni 60 come cantante folk seguendo le orme della già celebre Joan Baez, ma che ben presto aveva cercato di sganciarsi da qualsivoglia clichè, abbracciando più generi musicali possibili; dal folk, al jazz, attraverso il rock e la world music con incursioni (da alcuni critici ritenute eccesso di arroganza) persino nella musica classica, come dimostra la bellissima suite Paprika plains, contenuta in Don Juan's Reckless Daughter del 1977.

Qualche sera addietro, insieme alla moglie, ho guardato un interessante documentario sulla sua vita e sul suo percorso artistico, indissolubilmente paralleli e intrecciati. I testi, infatti, rappresentano l' esposizione e lo sfoggio puro della propria visione del mondo, attraverso le esperienze (incoscienza, delusioni, amarezze, tradimenti) di vita maturate. Durante la visione del documentario Mas, con la quale avevo erroneamente sfoggiato la mia passione per lei come una sorta di asso nella manica, ha roteato spesso gli occhi all' indietro, in segno di scarsa sopportazione. Le esperienze di questa donna possono far pensare, persino a me, che sia stata più vittima di sé e della propria incapacità di gestione, piuttosto che degli eventi stessi.

Può risultare fastidioso, lo ammetto per primo, assistere alla postura disicantata ed allo sguardo appannato di chi, in fondo, ha attraversato i disinganni che la vita, né più né meno, a tutti noi può offrire. Di chi ha però avuto come pochissimi altri, la fortuna di esprimersi liberamente, con immenso talento, attraverso le proprie passioni innate. Musica e pittura in primis, come dimostrano le copertine dei suoi dischi, spesso dipinte da lei.

Mas, proprio il giorno prima di vedere questo documentario, motivava con me la sua ostilità nei confronti di questo simbolo generazionale, di questa fonte di ispirazione per artisti come Prince, Madonna, Alanis Morissette, Bj
örk, Elvis Costello e Kd Lang. Lei è come se dice "se tu sei felice in questa vita, non hai davero capitt un cazz" sosteneva di fronte ad un me assai divertito. E quando Joni in California canta Sitting in a park in Paris, France / Reading the news and it sure looks bad / They won't give peace a chance, Mas le replica ma guaaardaaaa... sei ricchissima, canti, viaggi, fai dischi e concerti, sei a parisgi... non rompere cazzzz! ao'.

Personalmente non credo che il mal de vivre debba pervadere, o faccia addirittura il vero artista, come dimostra Mas stessa, ottima cantante ed ex attrice di musical, o quella stupidezza fatta regina (cantante / compositore / webdesigner / attore / regista / parrucchierA etc...) nonchè, e  soprattutto, colui che mi ha fatto avvicinare alla cantautrice in questione. Ma in fondo, se Joni Mitchell non riesce a godersi il suo bicchiere in un caffè a Montmartre o a Trastevere, dandosi pena per quanta ingiustizia e mestizia avviluppino il mondo, saranno pure emeriti cazzi suoi. Intanto io godo del risultato di tanto  tormento, immergendomi nella sua malinconia quasi impalpabile... che poi è tale perchè non è che conosca l' inglese al punto di capire ogni singola parola che canta.

Musica.

ditato da: IlDitoArCulo alle ore settembre 19, 2007 14:05 | Link | commenti (16)
dito/i:mignolo
martedì, 18 settembre 2007


Get a Voki now!

ditato da: IlDitoArCulo alle ore settembre 18, 2007 13:12 | Link | commenti (14)
dito/i:pondulo, illice, trillice
venerdì, 14 settembre 2007

7 ottobre 2003

Un anno fa, ho iniziato questa vita.
Un anno fa, oggi, Katie mi ha recuperata da casa di Cynthia, dove mi ero rifugiata dopo la rottura di una relazione di sette anni con il mio ragazzo, Pavlov Memento, su consiglio di un tassista fanatico di Gesù, mentre ero in viaggio verso casa dei miei genitori, per un ultimo saluto.
Pavlov Memento ebbe questo nome da un altro amico, Rienzo, il quale lo descriveva come qualcuno che, qualora fosse stato uno dei cani di
Pavlov, si sarebbe regolarmente chiesto perché il campanello stesse suonando per poi sorprendersi ed emozionarsi quando fosse arrivata la carne; Rienzo lo paragonava anche al protagonista di Memento, in quanto la sua incapacità di collegare persone, avvenimenti, o persino frasi a chiunque altro deve essere causato da un assoluto problema di memoria a breve termine.
Dovevo lasciare il paese in due giorni, per cominciare una nuova vita con lui a Roma. Ora, stavo per farlo da sola.

 



ditato da: IlDitoArCulo alle ore settembre 14, 2007 15:10 | Link | commenti (14)
dito/i:mignolo
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