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Maialini Ar Culo

Il Dr.Psycho dice che sono una merda
Scopri cosa dice di te su http://psycho.asphalto.org/test/.

giovedì, 28 giugno 2007
Direttamente dal sito di Lunacicoria, traggo spunto per farmi incatenare e cagare un post sui cattivi e sui buoni ricordi. Potevo forse  resistere ad un tuffo nella pissina della nostalgia? Nostalgia canaglia ché mi attanaglia? No, non potevo.

Ma.

Pur avendo svariati ricordi poco piaciuevoli, solo uno non lo rivivrei manco sotto grave minacce, come sotto allettanti promesse. Talmente brutto che non è nemmeno degno di essere rievocato tra queste pagine. Inoltre, il nostalgico dito punta se stesso, solo sulle liete rimembranze. E sono anch'esse svariate, poffarbacco. Ma non pagherei nessun bonus per riviverli. Perchè la bellezza di essi risiede, ne sono certo, nella loro esclusiva unicità. Eccone una succinta, quanto eccezionale selezione.

OLANDA - ESTATE 1992
Divenni improvvisamente l'amante della,  allora, Principessina del Conato, e partimmo clandestinamente alla volta della casa degli Orange, a bordo di una scalcinata station wagon, la mia, certi che così non avremmo dato nell'occhio. Alla fine visitammo più noi stessi medesimi, piuttosto che le bellezze artistiche e non del posto. I due cretini, tra copiosi e ripetuti amplessi, gettavano naso e macchina sottografica fuori dall'albergo giusto il tempo di rifocillarsi con spesse bistecche. Nonché per farsi ritrarre in mentirosi ed ingannevoli ritratti con alcune bellezze locali. Bellezze, poi. Qualsiasi bionda che avesse un accenno di tette, due possibilmente. Ma la prima regola era: bionde. Ebbene, il ricordo più magico ed inebriante è stato ritrovarsi con la suddetta carrett wagon in panne, nelle piatte campagne olandesi, in piena notte. Con la pioggia che batteva sui vetri. Uscimmo dall'auto, ubriachi di felicità, e ignudi come vermi restammo abbracciati e ridenti sotto la fitta pioggia. Finché non sentimmo, in lontananza, l' inquietante diffondersi di una musica, di una radio o di checazzonesapevamo, che ci  fece cacare sotto come due passerotti cascati dal nido.

POZZE DI VITERBO - CAPODANNO 2002
Io e il mio partner di allora, affittammo un camper, e andammo ad aspettare il nuovo anno in un'area selvaggia alle porte del capoluogo della Tuscia. In realtà, la sera prima, ci parcheggiammo a fare l'amore tra le nobili dimore dell'Aventino, e solo quella successiva andammo ad immergerci in quel paesaggio così sospeso, suggestivo e lunare. Di fronte a noi le larghe vasche scavate nel roccioso terreno, colme di acqua calda sulfurea. Ci augurammo un nuovo anno insieme immersi nelle pozze, come due ombre su uno sfondo di luna. Con due cristalli ed una bottiglia di champagne. Unici gheis, tra coppie etero e intere e allegre famigliole del bergamasco. Di lì a pochi mesi, la storia finì. Ma sticazzi, direi... Sigh.

QUALCHE ESTATE FA - SPIAGGIA DI CAPOCOTTA
In maniera del tutto fortuita, la Regina e D'io, entrammo in contatto con una piccola, padana ed incantevole creatura di genere femminile con la quale cominciammo a condividere tutto. Vabbe'. Quasi tutto. La piccola ed incantevole creatura, scendeva su e giù per lo stivale, pur di trascorrere più tempo possibile con noi. Una cartomante, pare, le aveva predetto che il suo destino amoroso sarebbe stato legato ad una persona forestiera. Ignara delle tendenze e pendenze dei due individui, si torturava al pensiero di (in rigoroso dialetto padano-polesano) "sarà lu? ...o sarà elo?". Finchè la Regina, da sempre più coraggiosa ed orgogliosa dello scrivente, quel pomeriggio nella spiaggia più culandra del mondo, di fronte all'ostinata cecità della piccola, o forse impietosita dal di ella tormentoso dilemma, vuotò il sacco. Sciolti i dubbi, ci sciogliemmo tutti in lacrime. E non ci lasciammo mai più. Vabbe'... finchè non giunse un maledetto equadoregno (eccolo il forestiero, fottuta cartomante) del quale la piccola si innamorò perdutamente. E che riuscì a tenercela lontana via per qualche annetto. Ma oggi la piccola ed incantevole creatura è di nuovo tra noi. Alleluja.




La maledizione, cioè la catena, passa a Deirdrelastrega, Paciugo, Bassotuba75 e basta. Perchè la sfiga, cioè il regno dei cièlli, è per pochi.
ditato da: IlDitoArCulo alle ore giugno 28, 2007 13:17 | Link | commenti (17)
dito/i:indice, anulare, pollice, alluce, pondulo, illice, trillice
venerdì, 22 giugno 2007
Con la calura estiva mi asciugo in fretta e so di sole e di pulito, come il bucato steso nei campi. Sono ormai convinto che gran parte del grasso mi trasmigri nella scatola cranica. E questo è un enorme pene (appunto). I miei recenti impeti incazzerecci  sono, così, facilmente gestibili e obliabili. Per uno come me, che suda anche piegando impercettibilmente il mignolo sinistro, estate significa trascorrere tutto il tempo libero a fare docce, o a cercare aliti di corrente e libere ombre. Non c’è tempo per incazzarsi. Infatti l’ultima volta che mi sono incazzato è stato di primavera, a Madrid. A ragione o a torto che fosse, poco importa. Incazzarsi costa tanta fatica e sudore. E, talvolta, non meno coraggio.

Me ne sono reso conto stamane, mentre percorrevo il tragitto del solito tram negentien. Nemici numeri uno a pari merito, come in tutti i forzosi luoghi di assembramento, sono rispetto e logica. La mia ormai biennale esperienza sui mezzi capitolini ha di certo messo a dura prova entrambi. Tento perciò, ogni mattina, di dimenticarli sul tavolino del salotto. Ma quando torno indietro trafelato, è sempre e solo pel cellulare o pel portafogli. E già qui dovrei nutrire seri dubbi sul mio personale concetto di logica, ma come ho già ampiamente premesso fa troppo caldo. Nessuna pretesa di apparire particolarmente logico, men che mai intelligente, nel viaggiare con la testa incastrata fuori dal finestrino a ghigliottina…

E comunque logica e rispetto non vanno mai di pari passo. Nei mesi invernali mi è successo di invitare,  e gentilmente, un uomo a non piantarmi i puntuti gomiti sui molli fianchi. Poi la testa dell’uomo si è magicamente trasformata in una palla da bowling, considerata la posizione delle mie dita sul suo viso. Se ti parlo e non mi ascolti, potresti essere tranquillamente una palla da bowling, o no? E ancora; ho chiesto, prima  gentilmente poi più rudemente, ad una florida signora di non usarmi come parete di appoggio per le sue tre tonnellate e mezzo. Ma improvvisamente mi sono rivelato agli occhi di tutti per quello che sono: uno shporco e laido palpeggiatore. Mi si indichi dove sia la logica in un dito che fa la mano morta.

Poi uno viaggia sui mezzi gajardi daa capitale, ed il culmine de le plaisir lo raggiunge con le pubblicità autoreferenziali dell'azienda, in bella mostra all’interno delle vetture stesse. Tutte belle schizzate di sangue, con frammenti freschi ed essiccati di non identificabili materiali organici. Peccato che, cazzo, non si trovino, come direbbe giorgio cespuglio, on the internets. Ma sarà mia preciso impegno fotografarle e postarle qua sotto. Ci lascio il loro spazio qui sotto, ci lascio.


E comunque, considerata l’espansa preoccupazione (mortavoli vostri...) circa una mia possibile, sebbene momentanea, defezione dal blog, causa impegni (ahahah) lavorativi (arìahahah), ho deciso che con l’estate il mio blog sarà come l’inserto estivo di tivvùsorrisiecanzoni. Superteleditoneeee... Solo argomenti frivoli e leggeri. Con tutto questo grasso in testa e coi miei trascorsi di piccola ghei carràmbolata e rettoriana, sarà naturale come prendere a sassate sulle clavicole le vecchiette che chiedono di cedere loro il posto. Se poi nessuno noterà la differenza può sempre andare a farsi fare in culo. E intendo nell’univoco senso figurato del termine. Punto.

Passerà il freddo / E la spiaggia lentamente si colorerà / La radio e i giornali / E  una musica banale si diffonderà…
Tornerà un altro inverno / Cadranno mille pètali di rose / La neve coprirà tutte le cose / E forse un po' di pace tornerà…

ditato da: IlDitoArCulo alle ore giugno 22, 2007 16:20 | Link | commenti (11)
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lunedì, 18 giugno 2007


Al praid di quest’anno chiaramente sono andato. Continuo a sostenere che presenziare, lasciando pure la testa sul comodino, sia semplice e doveroso. Quest’anno non so… temevo che in mezzo a lustrini,  pailettes e boa di struzzo, comunque in netto calo rispetto alle precedenti edizioni, sbucassero molotov e kalashnikov. Oppure che piovessero bombe dal cielo per farci diventare etero. Ma le bombe, le solite bombe, sono state sganciate, con inaudita violenza, dal palco di piazza San Giovanni, fresco teatrino di una recente e (meno affollata ttiè) farsa. Mai visti tanti denti serrati e tanti pugni alzati contro tutto e tutti. Anche contro noi stessi. Ho retto finchè ho potuto. Ma la mia testa faceva boom, le tempie pools e gli occhi strabooz. Salivazione azzerata ed accenno di panico. Via, via. Ciampino, Fiumicino, Ponte di Ariccia; arrivo. Strano  periodo. Di insofferenza (la mia) verso tutto e tutti. Di intransigenza (la mia) con tutto e tutti. Ma alla fine una frittata regale a corte, mi ha rimesso in forze. Indi mi sono rifugiato sotto le coltri, poco dopo il tramonto, abbracciato ad una gallina. Finchè è giunta mattina.

La Contessa del Pigneto mi attendeva presso la sua dimora, con un’ anfetamica dalla guida spericolata, per una avventurosa arrampicata. Per lo sport estremo di un agriturismo con lauto cibo, alcol, bivacco, arte, fuochi, tramonti, natura. Tanta natura. Ah, quanta natura. Nel tardo pomeriggio cominciano a moltiplicarsi giovini di belle speranze e belle chiappe, che flemmatici, annebbiati, ma metodici allestiscono un dj set, musica dal vivo, spettacoli infuocati e aste di quadri. Il tutto incastonato nel silenzioso, spalancato e ventilato incanto delle colline della Tuscia. Posti che ohhhh ti fanno sempre pensare ad una ovvia quanto ardua fuga dalla realtà-città. A perfect lobotomia day. In quel mondo che resta ideale quanto provvisorio. Sai sempre che ad una certa, tutto finirà. E la bolla di sapone, fluttua che ti fluttua, prima o poi esploderà.

Ditoarculo della magica e perfetta situazione, a mo’ di cammello con sciolta a spruzzo nella lussureggiante oasi; uno sparuto gruppo di cafonazzi romani. I quali hanno trangugiato ininterrottamente, anche se er cibbo  nun era bbono, e difeso con zanne, labbra rifatte e cani isterici le loro sedie dagli attacchi di giovani shporchi, fumati ed avvinazzati. E dall'occhio a mezz'asta. Come in un noto film, l’analfabetismo civico-destrorso contro il profumato (o fetido, punti di vista) intellettualismo pacatamente snob di un folto gruppo di, ancora una volta, shporchi drogati mangiabambini. Non c’è stata battaglia. Troppa erba per terra. E nell’aria.

Un consiglio: mi concedo un break dal blog e riprendo quando tornerà ad essere l’attività principale nel mio ufficio? Che caldo. Che fatica. E che stronzo il mio collega. Uff…

Anyway: special thanks to Contessa, per la bélla assaje giornata alla quale mi ha (dolcemente) costretto. :) Urgeva.

ditato da: IlDitoArCulo alle ore giugno 18, 2007 17:10 | Link | commenti (14)
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martedì, 12 giugno 2007
Rientro a Roma in serata inoltrata. Mentre scarico pacchi e paccottiglie, la brezza che tanto mi è mancata, accarezzandomi lenisce alcuni pensieri pesanti degli ultimi giorni. Pesanti tipo l’impepata di cozze come dessert.

Venerdì sera avevo affrontato il viaggio con la sorella tenera e sfigata della mia mamma di acciaio. Una donna provata dalle intemperie esistenziali. Un marito adultero e menefreghista cacciato da casa dopo appena 35 anni. Un figlio con problemi di tossicodipendenza, ed infine (evviva) nipote
adolescente ed anoressica figlia dell'altra figlia con relativo matrimonio fallito alle spalle. Alè.

L’auto percorre la dissestata strada che attraversa prima le rilassate colline dell’alto Lazio, poi i verdi, rigogliosi, a tratti cupi Appennini di Toscana, Umbria, Marche e Romagna. La macchina sobbalza violentemente sulle buche, le sospensioni gridano vendetta, le ruote assecondano le copiose deviazioni che prolungano inaspettatamente il viaggio. La zia sciorina piagnucolante il suo ricco campionario di disgrazie; è troppo dimessa e sommessa per gridarlo. Ogni tanto è costretta a una pausa, tanto è soffocata da lacrime strozzate. Guardandola provo un’infinita tenerezza... poi ridirigo lo sguardo all’asfalto impervio. L’imbarazzato silenzio è una risposta degna, penso. Sempre più degna di risate a stento domate, ma invocate dai suoi strafalcioni disseminati tra i vari lai. Soprattutto mi fa ridere come l' ex marito, quando citato nei vari racconti, venga senza esclusioni apostrofato come quello stronzo/quel beccamorto de ttu’ zzio. Ex zzio, penso ogni volta, senza esclusioni. Ma come in ogni storia è previsto un lieto fine, salvo che non si venga travolti da un TIR, o che non si schizzi, causa buche, giù per qualche scarpata. Poche ore soltanto, e la zia sfigata sarà dalla sua idrolatata e fortunata sorella: quella che ha condotto la sua vita come una bersagliera, domando le avversità in funzione dei propri obbiettivi. Fortuna, sfortuna. Concetti molto, molto, troppo personali. Penso.

Giunti sulla soglia di casa, invito la zia ad attendere fuori dalla porta. La mamma è già in camicia da notte, ma l’istinto (vedi ansia + sonno leggero) l'ha tenuta per tutta l'attesa in allerta. Ed il suo sorriso gioioso e un po’ stropicciato mi accoglie non appena spinta la porta in avanti. Frettolosamente la richiudo alle mie spalle, per poi invitarla a riaprirla, ché ho lasciato un pacco pesante fuori. Fortuna che le zie tenere e sfigate rendono certe gaffes sopportabili e dimenticabili. La mamma sobbalza e le sisters si abbracciano con moderato slancio. Piano con l’affetto, insomma,  come tradizione familiare insegna. Che siano stordite di contentezza lo si capirà dal fitto chiacchiericcio che si protrarrà, poi saprò, lungo l’intera nottata. Le due zùrels (Lunafragola©) passeranno le quasi tre ricche giornate successive, a sfornare torte, conigli e ricordi. Tra qualche lacrima e molti, molti, troppi litri di caffè. La moka urlava pietà. Improvvisamente penso che la nostalgia è malattia genetica. Sento la mamma d’acciaio affermare che ancora non è pronta per tornare a Roma, in quella casa, dove lei non c’è più. Vedere quella porta, varcarla ed essere assalita dallo struggente silenzio dei ricordi.

Per fortuna anche l’ironia è malattia genetica. Il barcollante babbo devastato da pluriictus, ne sa qualcosa. Lui mangia, dalla notte dei tempi, una mela a fine pasto. Che sbuccia con cura anche allo stato odierno, benché non possegga più la manualità di un tempo. La zia rimarca l'abitudinaria questione; il babbo risponde col detto popolare (mai sentito?) che recita una mela al giorno leva il medico di torno. Mia madre butta lì, smargiassa, cinica e laconica, un infatti… Quell' infatti...  rischierà di farmi vaporizzare sul tavolo l’ennesimo caffè della giornata. Anche la permalosità è malattia genetica. Il babbo si stizzisce e controbatte con un non vi auguro che capiti anche a voi. Ed ecco che l’acciaio si trasforma in burro, con la moglie infermiera che lo rassicura sullo spirito giocoso della battuta(ccia). Fortunatamente il babbo ha la memoria lunga come le gambe di Rita Pavone. Il tutto viene quindi stemperato tra partite a carte, risate, ulteriori lacrimucce e caffè, caffè e caffè. Troppi caffè. Esistesse un tribunale per lo sfruttamento delle moke, sarebbero dietro le sbarre, quelle due criminali dall’occhio costantemente umettato...

ditato da: IlDitoArCulo alle ore giugno 12, 2007 17:31 | Link | commenti (21)
dito/i:indice, mellino
venerdì, 08 giugno 2007


...non appena appendi cappello e cinturone nel tuo ranch e decidi di spostarti, il mondo si paralizza per te. Ma perchè per una volta (e per tutte) non ti paralizzi tu per il mondo? Saloots.

Ilditochestamattinahaimpiegatounoraemezzaperarrivareallavoro

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Siòre e Siòri, Vi presento Piggolo. Lo trovate in basso a destra, sotto il flickr badge. (Per Lunafrittola: sotto er rettangolo co' le foto mia).

Ed infine vi segnalo un post, un blog, ma soprattutto un post. QUI.


ditato da: IlDitoArCulo alle ore giugno 08, 2007 10:46 | Link | commenti (17)
dito/i:anulare, pondulo, illice, trillice
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