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Gemelli Ar Culo




Maialini Ar Culo

Il Dr.Psycho dice che sono una merda
Scopri cosa dice di te su http://psycho.asphalto.org/test/.

mercoledì, 30 maggio 2007

Ieri sera mi sono ciucciato uno spottone lungo un’ora. Quanto la trasmissione che lo ha ospitato.

Si prenda una famiglia fricchettona e sinistrorsa di Napoli, ed una famiglia... ma che dico famiglia; due gheis milanesi, molto affiatati, che vivono e lavorano insieme, da oltre 10 anni, sulla riviera ligure. Lo sciou prevede lo scambio tra mogli. I due gheis, senza strapparsi i capelli, nè rubarsi le presine, concordano in maniera civile (e aggiungo noiosa, come la loro casa ghei-minimal-tuttapuntiluce) che la moglie la farà quello che meno avresti detto. Ma che, sia chiaro, si potrebbe comunque dire. Per via dei tronchi di peli che fanno cucù dalle calze a rete, ovvio.

Resta dunque à la maison una sorta di aldabusa meno âgée e meno logorroica, ma con uno spirito critico insensato, compiaciuto e vetriolitico. La signora napulegna è un zolletta di zucchero col sole disegnato sopra, tutta tolleranza, allegria e ottimismo. Giusto un tantino ingenua: tenera e commovente la sua perplessità di fronte ai polsi spezzati dell’ aldabusa quando codesta, dopo i convenevoli introduttivi, le propone un aperitivino in salotto, dopo un' opportuna rinfrescata. Non appena realizza che lo scambio è avvenuto con una famiglia, ma che dico famiglia, con due gheis, sbotta a ridere come un’ossessa, senza tradire alcun turbamento. I suoi due figli hanno un sacco di amici gheis, in fondo, e sono persone anche loro. In fondo. Ci sono gheis che si incazzano di fronte a tali esternazioni, ma memore delle esternazioni svastiche di una mia cugina che, giusto domenica scorsa innanzi alle vicende di Mosca, ha invocato lo spirito di tale Adolf, ho pensato: ad averne di queste (mai abbastanza) inutili constatazioni.

Nel confessionale, l’aldabusa si mostra fiduciosa e operosa, circa lo smentire i tanti, troppi luoghi comuni sui gheis. Lo fa roteando i polsi all’impazzata, con le labbra a paperella, adagiata su di un sommier zebrato, nella sua camera da letto ri-go-ro-sa-men-te-fa-vo-lo-sa-men-te optical. Premesso ciò si dedica, con impeccabile stile e premurosa ospitalità, al soggiorno della ospite napulegna. La quale, felice come una pasqua e incredula come un carnevale, beve l’aperitivo, presta un superfluo aiuto nel rapido disbrigo di alcune faccende lavorative, va in gita a Montecarlo e poi dal coiffeur. Ma soprattutto parla, chiede e ascolta, con vivida e partecipe curiosità. L’aldabusa, nel confessionale, si mostra moderatamente divertita, rilevando quanto la signora sia una persona (sebbene la osservi quasi fosse uno strano insetto tropicale) tranquilla e solare. Ma comunque provinciale. Lo afferma col drappo del naso avvolto tutto su. Improvvisamente vengo percorso e scosso dal fremito di chiamare la mia nazi-cousin allo scopo di organizzare, all'istante, ein setuten spiritiken.

Sull’altro versante, la moglie dell’aldabusa, affronta un uomo maturo, molto appassionato nel ribadire il concetto che per lui i gheis sono persone normali. I quali hanno il diritto, l’unico ahah aggiungo io, di rivendicare tutti gli altri diritti. Inoltre i due figli; serene e blande presenze avvolti in simpatiche cortine fumogene. Insomma, una famiglia cannaiolo-progressista che vive nel caldo e armonico abbraccio del dialogo e della tolleranza. Ebbene, la moglie ghei “prestata”, dopo una doverosa dissertazione a proposito dell’ arredamento della casa di cui è ospite (di gusto medio... normale... ) comincia a farfugliare discorsi senza capo né coda, dai quali si evince che, in fondo, quanto la persona meno a proprio agio, sia proprio lui. E ci credo: con quell’arredamento. Povera stellina.

Il finale di puntata è tutta taralloochees & wine. Confronti sereni e composti, spiattellati tra condimenti di sorrisi e cortesie. I due gheis, nella loro casa ghei-minimal-tuttapuntiluce, si autocompiacciono del risultato. Il finale di spot è racchiuso magicamente nella scrignica frase: ci siamo costruiti proprio una bella unione (di fatto; avete dimenticato di fatto). Peccato non parta immediatamente la musica di Rocky, perchè dopo codesto popò di celebrativa pronunciazione, la aldabusa e moglie ghei, coreografano un gimme5, naturale e spontaneo come le stelle alpine nelle brughiere polesane.

Tirando le somme.

La famiglia: la mamma è una mamma felice, il papà è un papà felice. I figli sono figli felici. Ok, forse fumano qualche canna di troppo, ma si sa: meglio drogati che gheis.

I due gheis: lavorano, pagano le tasse, sorseggiano aperitivi, fanno shopping e organizzano frequenti gitarelle in Côte d' Azur. E battono persino il 5. E senza rovinarsi lo smalto. Non si baciano. E apparentemente nemmeno fumano.

Il trionfo della normalità nella diversità. Della diversità nella normalità. Della panna sulle fragole. Poi c'è chi, come me, la panna la mette sotto.

Il caso della riconosciuta famiglia mi è parsa l’oasi di Tozeur nel Sahara. Posso ora io rivedere i miei principi, in funzione dell’antipatica spocchia di questi due esemplari, chiedo scusa: persone? Ché se io le avessi viste muoversi in una casa ghei-minimal-tuttapuntiluce, con aggiunta di muffa, polvere, escrementi felini insieme a qualche accenno di scaciata ironia (ogni riferimento a persone, luoghi, fatti e fatte è assolutamente voluto), non avrei nemmeno pensato, con un granello di rimpianto e neanche per scherzo [ché sia chiaro: I'm just kidding], alla mia recente defezione al femilidei. Per fortuna è andata. Dove? … io non lo dico.

.


ditato da: IlDitoArCulo alle ore maggio 30, 2007 15:01 | Link | commenti (11)
dito/i:medio, mignolo
giovedì, 24 maggio 2007


Nelle puntate precedenti: un gruppetto di personaggi dalla natura un po’ ambigua, ma molto sciocca, nuota, sguazza felicemente, senza annegare, nel mar etilico. "Giovini" rovine sullo sfondo di rovine più antiche.

Nei 18 mesi di Iles Saint Laurent, le serate scivolarono vivaci e allegre. Tra opulenti banchetti e bellicose partite a burraco. Casa era assiduamente invasa da amici, amici di amici, conoscenti di conoscenti di amici eccetera eccetera. Sui balconi e alle finestre altrui, svolazzavano migliaia e migliaia di bandiere della pace. Contro la guerra, contro il presidente scimmioide o forse contro la solitudine. In un’epoca in cui l’appeal di un' intera nazione languiva in un fioco ansito, l’appartamento ne ospitava alcuni cittadini; amici (amici di amici, conoscenti di conoscenti di amici eccetera eccetera) di Mas.

Le mie passate esperienze con gli ammerigani, non erano state caratterizzate da impressioni e sentimenti benevoli. Avevano, anzi, rafforzato la teoria di un diffuso luogo comune; un popolo di tacchini obesi e rincoglioniti, molto stupidi e del tutto irragionevoli. Nel motonoleggio dove avevo lavorato anni prima, mi ero imbattuto in alcuni esemplari stolti, infimi e bugiardi: …ok, please I’m going to show you: to start push this button keeping of the left grip; the rear brake is on the right grip… yeah, yeah! Ok! I known that! …sure? sure! …ok, be careful and have a nice day… e non restava altro che posizionarsi coi popcorn, per assistere a quel fuoco d’artificio che poteva essere il loro decollo; il meglio lo davano scartavetrandosi le braccia su qualche parete, grattugiandosi le ginocchia sull’asfalto o fracassando specchietti e parabrezza addosso a qualche automobile parcheggiata. Voli e acrobazie da cirq du soleil.

Tra lacrime, grida e sceneggiate che altro-che-‘o-zappatore, codesti cominciavano a sbraitarmi addosso che you didn’t tell me that it would be so dangerous! indi; you didn’t show me how this hellish machine works! Di fronte alla mia scocciata e sarcastica impassibilità, passavano al capitolo minacce: I call the police! I call george dabliù bush! I call the polish pope! Tutto questo mentre, soffocando talvolta le risate, altre volte la più funesta delle ire, con una mano porgevo loro, senza guardarli in faccia, la cornetta del telefono e con l'altra annotavo il numero di autorizzazione della loro carta, per il risarcimento danni  previsto dal contratto sottoscritto senza che l' avessero neppure letto. Ah, che stupidi idioti. E bastardi.

Ma. Fortunatamente quasi (ripeto: quasi) tutti coloro che sono planati su Roma, approfittando della ospitalità della loro amica americana scema, del frocio emiliano e della nobildonna sarda, hanno inficiato suddetta opinione. Da Orlanne, ricchissima e faboulozzzissima manager che non esitò a dividere viveri ed acari con noi, quanto a schizzare urlante su una sedia causa apparizione di un piccolo geco. Poi fuckin' hottie Howie ex fiamma di Mas dei tempi del college, il quale elargì all' allupato popolo panoramiche mozzafiato sul suo scultureo corpo; e Jeremy the strepitouzzz che perfettamente si integrò, contribuendo a vivacizzare ulteriormente quel clima di sfrenata, assoluta e dissoluta demenza. Una menzione speciale va però a lei: Jackie from the Block.

Gioventù, bellezza, ironia, dolcezza, intelligenza, simpatia. In sintesi la donna che ah, se non fossi ghèi… Una sera sublimammo la nostra amicizia a suon di cucchiaiate di peanut butter, nutella e fluff.. La sua seconda visita capitò in concomitanza con il Thanksgiving Day. Insieme a Mas, volle regalare il tipico-pranzo-americano da giorno-del-ringraziamento a noi tutti. Ordinarono un enorme tacchino presso la stessa macelleria ove si approvvigionava  perzino-er-quirinale-'sticazzi, e passarono ore ad ore ad accudirlo, vegliandolo attentamente dalla finestrella, mentre translucido sudava dentro il forno. Irrorandolo e spennellandolo con certosina regolarità, al fine di renderlo croccante all’esterno e tenero dentro. Fu alla fine accoltellato, porzionato e servito insieme a smashed potatoes e blueberry jelly. A seguire altre portate tutte orgogliosamente ricche o in grassi, o in zuccheri o in entrambi. Esempio: sausage, french toast e pancakes con bacon, uova e sciroppo d’acero. Burp.

La sera si girovagava selvaggiamente per la capitale; per un cornettosesso [bomba (krafen) cotta al forno, con gocce di cioccolato fondente, farcito con cioccolato bianco] a Ostiense, per due salti al Classico, per un’incursione al ristorante africano o arabo, alla trattoria abruzzese o per una fuga serale verso i castelli ad innaffiare col vino porchetta e cazzate. Con lei, un’esistenza già di per sé meravigliosa, arrivò a rasentare la perfezione.

Jackie from the Block, prima di salutarci, confezionò con le sue eleganti mani, sciarpe e braccialetti multicolor per tutti, in segno di affetto e gratitudine. Quando ripartì lasciò, ogni volta, un senso di vuoto smarrimento in noi tutti…

[Questo è San Giovanni in Laterano  chorus: prega per noi…
Santa Maria Maggiore  chorus: prega per noi…
Santa Croce in Gerusalemme  chorus: prega per noi…

Ex pastificio Pantanella  chorus: prega per noi…]

 

continua...
ditato da: IlDitoArCulo alle ore maggio 24, 2007 15:56 | Link | commenti (17)
dito/i:x-hosposatounamericanascema
martedì, 22 maggio 2007

Venerdì sera mentre stavo per raggiungere Roma per partecipare al “Family Day” ho ricevuto una ulteriore email, tra le decine arrivate dopo l’annuncio della mia partecipazione all’iniziativa. Già da giorni stavo riflettendo su tutto ciò che stava gravitando intorno a una manifestazione alla quale avevo aderito senza avere la completa consapevolezza dei toni che l’avrebbero caratterizzata.
Una frase contenuta in quella email è stata per me come un fulmine:

…Lei canterà a questa manifestazione proprio nel giorno in cui l'Oms ha pubblicato uno studio che dice che quasi la metà dei suicidi adolescenziali, quelli che i giornali titolano come inspiegabili, è dovuto allo scoprirsi gay. Ci è venuto in mente il testo di Canzone tra le guerre, che lei ha cantato a Sanremo, quando in maniera struggente invoca “Bimbo mio”.


Queste parole mi hanno fatto prendere una decisione che già da una settimana stavo ponderando. Essere credente e avere rispetto e fiducia nella famiglia non esclude ma anzi implica estendere i diritti a chi ancora non è tutelato, in particolare i più deboli. Questo è ciò che penso e che ho sempre pensato e perciò prendere parte a quella specifica manifestazione sarebbe stato un gesto di profonda incoerenza.

Non è stata una scelta facile dettata dalle leggi di mercato ma una scelta tanto sincera quanto impulsiva dettata unicamente dalla mia coscienza. Ho rinunciato a cantare davanti a un pubblico di centinaia di migliaia di persone, ma come donna e madre non potevo fare altro. Il dolore che traspariva da quella email mi ha colpito così profondamente che ho dovuto prendere consapevolezza del mio ruolo anche nei confronti delle persone che non sempre riescono a far sentire la propria voce. Ovviamente sono molto dispiaciuta per chi in Piazza San Giovanni era presente anche per ascoltare le mie canzoni. Sono però convinta che chi è andato in quella piazza con spirito sincero capirà la mia posizione e che troveremo altre occasioni più serene per incontrarci.


Sabato sera ho scelto anche di non andare in Piazza Navona, come è stato falsamente riportato; ho preferito stare in disparte, circondata da persone che amo e che in questi giorni mi sono state vicine.

Mi rincuora constatare che il mio gesto è stato compreso da molti e in particolare dall’autore della email che ho ricevuto oggi:

…Io non sono una "lobby", ma un essere umano che si preoccupa che la madre vedova abbia preso la pillola per il diabete, che il fratello minore esca senza fare abuso di alcool o che viva nel falso mito dell'eccesso, o che chiede al fratello maggiore se ha problemi al lavoro. Io sono già fratello, moglie, marito dei miei familiari e nessuno può permettersi di dire che io non "sono famiglia" e non ami la famiglia. Grazie Antonella...

Solo questa email vale la decisione che ho preso. Voglio ringraziare tutti quelli che con tanta passione mi hanno comunicato il loro stato d’animo. Grazie infinite.

Con affetto,

Antonella

Solitamente non amo i copia e incolla, ma questo barlume di umana e civica logica ha come soffiato via la polvere e la nebbia che, recentemente, mi ha offuscato il cervello fino a quasi mandarmelo in tilt. Grazie. Ildito

 

 

 

ditato da: IlDitoArCulo alle ore maggio 22, 2007 13:08 | Link | commenti (12)
dito/i:medio, pondulo, mignolo, illice, trillice
mercoledì, 16 maggio 2007
ditato da: IlDitoArCulo alle ore maggio 16, 2007 14:22 | Link | commenti (18)
dito/i:medio, pollice, pondulo, illice, trillice
lunedì, 14 maggio 2007

Io sono uno che in chiesa non ci va. Un po' per allergia, un po' per allegria. Anche un po' per rispetto. Provo ora a spiegarne i perchè. Come la maggior parte dei bravi bimbi italici, sono stato battezzato, comunionato e cresimato. MA. Sarà che trovavo certe solennità davvero ridicole... esempio: quando il sacerdote elevava prima il piatto, poi il calice sopra la sua testa, poi dopo aver lesinato quella miseria di pasto ai commensali, ne taffiava avidamente la rimanenza, con attenta dedizione al calice. Rovesciando la testa indietro, nel cosiddetto movimento alla sue ellen. [Un movimento che conosco e so riprodurre molto bene.] Fatto ciò, il prete, si accasciava raccogliendosi in un contrito e, ma va?, religioso silenzio che durava uno o forse due minuti, ma che parevano ore. In spasmodica attesa delle paroline magiche la messa è finita, andate in pace osservavo le altre pecorelle nell’arte della genuflessione. Un’ elegantissima e racchioide signora piuttosto nota nella comunità parrocchiale, estravea dalla sua borsa un minuscolo cuscino imbottito, e quel momento smarriva ogni senso di solennità. Ossignore, ora io mi prostro innanzi al tuo altare e a quella croce spinata di damocle, da due tonnellate e mezzo (e che pare dover precipitare da un momento all'altro sulla testa di don dindan) per renderti l'onore di questo tuo ennesimo invito alla tua mensa di salvezza. Ma non chiedermi MAI di sbucciarmi le ginocchia per un pezzetto di polistirolo sciapo e mezza, avara lacrima di questo aceto che spacci per vino, cristo.

Io , una volta ricevuta la comunione, tornavo al mio posto, in mezzo ai miei compagni di catechismo. Restavo inginocchiato col viso nascosto nelle mani. Due dita si aprivano e facevano da cornice ai volti dei miei vicini di posto. Talvolta trovavo qualche espressione provocatoriamente buffa, ed era la fine. Vibravamo come mousse capellute, o come gadgets da sexy shop, e le catechiste ci riprendevano e ci separavano, facendoci sentire ancora più piccoli con quelle loro severe espressioni, perfetti mix tra rabbia, delusione e compassione.

I canti. I miei preferiti erano laudatosiiommiosignore, e una versione quasi baglioniana del padre nostro. Sognavo lo zecchino d'oro, senza trovar mai il coraggio di presentarmi alle selezioni; roba troppo da bambinelle. I miei virilissimi fratelli non mi avrebbero più dato tregua. Compensavo col folle amore, nel senso spirituale del termine ahah, per una mia compagna di classe, la quale era addirittura solista nel piccolo coro dell’ antoniano ed io, quando vedevo i manifesti in giro con la foto del gruppo con lei riconoscibilissima, la più nera e pelosetta (tutto si spiega), gonfiavo le mie branchie di rospo respinto agli amichetti, i quali mi canzonavano tacciandomi di zoofilia. Ma di questo disorientamento di gioventù racconterò più in dettaglio, maybe, une autre foix. Quindi, invece che cavalcare l’onda del sogno, mi impantanai nel lacustre acquitrino ch'era il coro della parrocchia. Mi ritrovai così fieramente sistemato su un piccolo spalto di legno, insieme a decine di altre pustole urlanti, a ugolare gaio e felice hits come Il cantico delle creature  e Pane di salvezza. Su quest'ultima si evitino battutacce alla lino banfi please, ché questo è un post serio, cazzo.

Abbandonai l’ambiente ecclesiastico in una tiepida mattina di autunno. Non ricordo come, né perché. Ma fuggii letteralmente dall’aula del catechismo poco prima della messa, e mi fiondai a casa. Dissi a mia mamma che non sarei più andato. Mai più. I genitori sentenziarono: Sei una bestia, proprio come tuo fratello. Io? Come mio fratello? …A saperlo prima… ma guarda quanto tempo ho dovuto aspettare per ricevere una gratificazione degna di essere chiamata tale.

Mi annoiavo, non ero tagliato per quell’ambiente. Eppure sarebbe bastato tanto poco. In fondo il cristianesimo predica una dottrina zeppa di messaggi di amore universale, alcuni dei quali realmente rivoluzionari. Su questo mi ha fatto tanto riflettere quella dolce ninfomane della Regina del Conato. Porgi l’altra guancia è un messaggio persino sovversivo. Almeno nelle feroci logiche di questa jungla chiamata esistenza. InThe Bible ci sta tutta, facendo (senza arrecare offesa ad alcuno) la sua porca figura. Porgi l’altra guancia al nemico. Spiazzalo. Poi, approfittando del tramortimento da stuporone, scaricagli al centro, tra gli occhi, il caricatore della tua piccola e deliziosa rivoltella che hai sempre con te in borsetta.

Ancora: erano continua fonte di meraviglia, certe espressioni arcigne, ingrottate di talune donzelle del quartiere, note per la loro pietudine, quanto per la loro (mai verificata, ma credibilissima) austera rettitudine. All’epoca avvolto com'ero nella celeste nube dell’ingenuità, non potevo ancora sapere quanto l’astinenza sessuale potesse essere tanto deleteria per l’ umore. E per le sopracciglia... E poi; perché la mamma malvagia di quel mio compagno di classe, quella che non vuole mai che sudiamo mentre giochiamo o che giochiamo mentre sudiamo, quella che non offre mai una caramella e che insomma rompe sempre il cazzo ad oltranza, è sempre la prima ad entrare e ad occupare le prime file? E perché mio padre… ops… vabbe’; glissiamo, ‘cause that’s better.

Ho dovuto per forza di cose allontanarmi dal gregge. Ho anzi preteso di smarrirmi. Ogni via di fuga sembrava molto più allettante. E sensata. E poi lo so che a quel signore che ci dicevano loro di ascoltare, non stavo simpatico. Nè lui lo stava a me. Non poteva apprezzare che, ad esempio, ballassi, unico maschietto, meteor man alle feste di compleanno. Sono certissimo che già agli albori degli anni 70, alzò di certo l' innevato e folto sopracciglio di fronte alle mie isteriche lacrime, generate dalla improvvisa sparizione dallo schermo di sua divinità raffella carrà. Che vergogna: ricordo che un dì, armato di affilatissime forbici, nel tentativo di creazione della barbie carrà, quasi ne falciai una... Era di una mia compagna di classe, la barbie... ok?

Ma dicevo della noia. O sì, che noia. Qualche lucetta colorata e allegra, proprio no? Svecchiare un po’ la colonna sonora di questo film sempre triste e uguale? Di questo sempre mesto, lugubre, cupo, sonnifero e sfrantoiaballe show? Cambiare 'ste vallette con altre più carine? Basterebbero qualche parrucca, un po’ di lustrini… vita insomma. La onorate, la celebrate tanto ‘sta vita, in fondo... Mica sarà un po’ di sgallettata e caciarona gioia ad infangarne essenza e significato.

Infine mi si spieghi una cosa: fare certe, tante cose al riparo da sguardi altrui, mette al riparo anche dalla propria coscienza? No, perchè io tra le cose che  ho fatto di nascosto annovero il ciullare il rossetto a mammà, l' imitare la carrà allo specchio (porca miseria, ché ancora non esistevano i mocio vileda) o l' ascoltare la rettore. E ho la coscienza lurida. Sozza. Fetida. Io sì che provo un profondo rispetto per lei, o signore degli altri...

ditato da: IlDitoArCulo alle ore maggio 14, 2007 15:33 | Link | commenti (38)
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