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Gemelli Ar Culo




Maialini Ar Culo

Il Dr.Psycho dice che sono una merda
Scopri cosa dice di te su http://psycho.asphalto.org/test/.

venerdì, 26 gennaio 2007

Ci sono giornate più intense. E altre meno. Parliamo di quelle più. Cominciano con il solito spargimento di sangue del mattino. Proseguono con un’attività lavorativa lievemente sostenuta. Sfociano in un pranzo velox al sapor di amatriciana, con una faccia nuova che però pare familiare. L’aria fuori è friccicarella, il sole fa cucù, tra frammenti di cielo di quel blu che dici o cazzo, ma che bel blu. Frammenti di cielo che risaltano tra nuvole che giocano e si rincorrono. Se poi state calmine, oggi, mi fate un piacere. Ché stasera non so nemmeno a che ora tornerò a casa. Parlavo alle nuvole.

 

Uscito dal lavoro, le nuvole birbanti, ogni tanto, mi spruzzano in faccia. Poi ci si mette quello stronzetto di eolo che, puntualmente, mi scappella il precario ombrellino, preso a due euri dai cinesi. Stipato sul bus, con qualche gomito conficcato qua e là, affronto finalmente la lunga attraversata. Giungo, dopo un’ora e passa, nella clinica dove è ricoverata la carcassa dell’ombra di mia nonna. Entro nella sua camera e lo scenario è di un deprimente acceso. La trovo esangue, con gli occhi martiri, persi nel vuoto spezzato dal bianco soffitto. Con un rivolo di fiato emette in un fioco e rauco loop: mamma… mamma… mamma…. È presente il suo primogenito, ruspante ed arcaico esemplare di masculo romano, incrocio tra Alberto Sordi e Maurizio Arena: seeee, bonanottetu’ madre da mo’ ch’ è morta… ora dormi, dai. Poi, rivolto a me: è inutile che stamo qui, ha magnato, mo' le cambiano er pannolone... noi nun je potemo fa’ gnente… vabbe', io vado. Si infila il cappotto. (ecco, bravo: va’, va’…) Ciao zio, ci vediamo.

 

Ora; premetto che la mia è una nonna del tutto atipica, piuttosto lontana dalla comune nonnina tutta tenerezze, pranzetti, torte, cioccolatini e paghette. Ma l’ho sempre venerata per la perfida e disperata ironia che traspariva dai suoi piccolissimi, verdissimi e vivissimi occhi. Due sottili feritoie attraverso cui lanciava invettive, disappunti e giudizi affilati come coltelli e pungenti come aghi. La veneravo e la temevo. Anche per lo stramaledetto vizio di acchiapparmi per gli attributi. Così, per scherzare. Nel giocare, mia nonna, aveva mantenuto la irruente brutalità acquisita in anni ed anni di miseria totale, a cavallo tra le due guerre. Sposando un uomo, come era norma un secolo fa, per ragioni ben distanti dal cuore. Il cuore era, forse, troppo divorato dalla fame.

.

My mother & bros. raccontano di possenti e gratuiti manrovesci volanti. Così, per nervosismo o disperazione. Sempre mia madre sfoggia una simpatica cicatrice sul ginocchio, procuratale da una forbice non identificata. E racconta di come l’unica bambola, di pezza, oggetto di disputa tra lei e sua sorella, fosse finita al rogo. Ma il top del terrore sparso da Angelina la sanguinaria, è racchiuso nel tenero episodio che narra di una piccola bambina (mia madre, once again) che recandosi alla bottega per acquistare… boh? non aveva capito cosa, ma era sconsiderato chiederlo più di due volte, tergiversò a lungo davanti al negozio scavandovi innanzi una fossa, alla ricerca della parola magica. Tornò con in mano le sole monete, e quindi… vabbe’, s’ è capito.

 

Prendo la mano di mia nonna, mi elevo sopra di lei e cerco i suoi occhi. Lei mi guarda, ma non so se mi vede. Mi stringe la mano, i suoi occhi appannati sono nei miei, e dalla bocca semispalancata fuoriesce copioso lo stesso loop: mamma… mamma… mamma… Trova pace solo quando, stringendole lievemente la mano indifesa, le accarezzo la fronte, o viaggio con le dita sulle rotte delle orbite oculari, sulle linee del naso aquilino e tra i profondi solchi dell' epidermide stanca. Quando, poco dopo, un infermiere annuncia il termine dell’orario delle visite, pare essersi addormentata. Purtroppo, non ancora per sempre.

 

Percorro il breve tragitto che mi separa da casa di natoridendo, tra le eco di irrisolti quesiti esistenziali. Punti interrogativi che affondano nella gaia leggerezza delle chiacchiere, delle confidenze e delle salsicce con patate che caratterizzeranno il volgere della serata.

 

Appendice. Ora non so se il connubio amatriciana delle ore 14 e salsicce delle ore 21 possa così tanto, ma mi sveglio in lacrime all’alba, dopo un abbraccio a mio padre. Lo sogno che piscia nella mia pattumiera di casa. Lo riprendo in maniera un po’ brusca. Lui con gli occhi lucidi e trasparenti imbarazzo sibila: ma mi scappava…

.

Il caffè, la spremuta, la prima sigaretta, la seduta, la doccia… tutto si svolge nel loop del quotidiano, col disagio di domande insolute e di logiche sfuggenti. Col pensiero che la vita inquieta.

Molto più della morte.

.

.

.

Update delle ore 15:00: pare che, in seguito a questo post, siano in fortissimo rialzo, nella blogosfera, i suicidi e correlati tentativi di esso. Mi è pure appena arrivato un sms triste da parte di una carissima amica... vabbe'... qui sotto, un potente antidoto. :)

ditato da: IlDitoArCulo alle ore gennaio 26, 2007 12:41 | Link | commenti (37)
dito/i:indice, mignolo, mellino
martedì, 23 gennaio 2007

Non credo nelle sensazioni a pelle. Ma credo in quelle a lamiera. Notai il primo esemplare nel traffico cittadino bolognese, in via San Vitale. Che, chi conosce Bologna lo sa, è una via stretta come il collo dell’utero di una formica. Stavo sul ventiscette, smanioso di sentirmi piccolo ed indifeso sotto le due torri sbilenche, di sedermi romanticamente a contemplare la bella Seven Churches Square, di fare la mia capatina da Nannucci a dilapidare la paghetta della mamma. E di stordirmi con tutte quelle essce si scesscio-sciassciuolo-scialsiccia che riecheggiano sotto il serpentoide snodo di  portici.

 

Seduto nella retrovia, ascoltavo estasiato i discorsi delle azdore colmi di essce, brisa, scioppa e scioppolina, con grievi (un po’ grevi, un po’ lievi) intermezzi di  boia ad’ mond e che du’maron, quando, come un acuto di manuelavilla su una song di Ella Fitzgerald, il clacscion del ventiscette sfrantuma bruscamente cotanta  magia. Xà iè?... Mo’ l’è un sciuv in mezzo alla sctrada… Un che? Mi interrogo io. E tirando collo e gambe in avanti vedo questa sorta di carro funebre ipervitaminizzato, alto alto alto, largo largo largo, con due ruotone grandi grandi grandi, sdraiato come una vacca gravida in mezzo ad una stradina di campagna. L’autista si siede col culo sul clacscion, e dopo un giro largo di boia ad’mond con leggero condimento di bestemmie, si scorge uscire da un portone, un residuato di yuppie impomatato ad arte, da testa a piedi, da sembrare infilato dentro un preservativo.

 

Tendo sempre a rimuovere questi episodi di sgradevole irrilevanza, ma poi su una qualche rivista leggo una tabella di comparazione tra i vari sciuv in commercio. Ne esiste, addirittura, un modello economico che costa uno o due miliardi di euri in meno, che però non ha la lavastoviglie di serie. E vabbe’; qui ci sta bene un ‘sticazzi. Indi la questione della relativa supertassa, che ha molestato i sonni di tanti figli di papà. E dei papà, ché tanto pagan loro. Ok, sono sfociato in piena fase retorica e qualunquista. Sguazz sguazz.

 

A parte il fatto che già non si comprende why, le case automobilistiche possano fabbricare macchinine da città che scheggiano, in invisibili scie, ai 3mila all’ora nei centri urbani (le scmart), ‘sta cosa dei sciuv vorrei davvero che qualcuno me la spiegasse. Perché permettere che si producano autoveicoli che sforano ampiamente i limiti di velocità consentiti? Anche il mio vecchio pandino 750, poco poco, li sforava. E a maggior ragione: a che straminchia servono ‘ste grasse vacche gravide, dalle enormi mammelle, nei centri storici italiani avari di parcheggi? Non mi si parli di coscienza civica, per favore, ché è come parlare di Čechov in curva allo stadio. E non mi tirate fuori nemmeno mere questioni di business e denaro. Sennò mi schianto sul suolo da questa vaporosa nuvoletta su cui vivo.

 

Pare, tra l'altro, siano davvero di una pericolosità estrema. Lo dice mio fratello, ché ha sempre ragione lui, sennò ti tira giù un dente. E sulla Bo-Fi, domenica sera mi son cacato sotto anche la cena di natale, ogni volta che ho avvertito la loro ombra allungarsi, dalle mie spalle, sulla mia seattina cordobina.

 

Oggi, per finir, vedo che un tipo laido che lavora al piano di sotto e che sembra un dispenser di forfora, oltre al fatto che disturba la vista, oltre al fatto che fuma il sigaro senza chiudere la porta del suo buco di culo, oltre al fatto che le rare volte che mi presta attenzione è per farmi presente che sono pagato per non fare un emerito cazzo, ha un sciuv tutto bluv parcheggiato nel cortile dell’azienda. O… lui lì mi è stato sulla minchia dal primo giorno. Lo dicevo io…

ditato da: IlDitoArCulo alle ore gennaio 23, 2007 17:03 | Link | commenti (51)
dito/i:medio
venerdì, 19 gennaio 2007

S.S. scrive:

ao’, ho messo una foto che mi hai fatto tu!

S.S. scrive:

parlando con beeeeeeeep1 (n.d.d.: uno di una chat), mi dice che ha usato il viagra per sperimentare la sua libido in cose che altrimenti non avrebbe fatto

S.S. scrive:

‘sto tizio si fa sempre meno interessante....

Dito scrive:

anch'io vojo prova' er viagraaaaaaaaaaaaaaa

S.S. scrive:

…a quanto pare sono solo un bacchettone...

Dito scrive:

ginetta e gigliolo m'han detto che andrebbe sperimentato, almeno una volta

Dito scrive:

e pare sia pazzesco…

Dito scrive:

anche se io non ho problemi d'erezione

S.S. scrive:

nemmeno io

Dito scrive:

e vabbe'... certo non mi sbatterò per procurarmelo

Dito scrive:

se capita, bene, sennò ciccia…

Dito scrive:

come co’ tutte 'ste cose

S.S. scrive:

in effetti...

S.S. scrive:

dovrei essere più open mind...

Dito scrive:

be'... non sei poi così bigotto

Dito scrive:

conosci me che so' uno che fa tante cose che tu non faresti

Dito scrive:

o che comunque ti attirano poco…

Dito scrive:

se poi prendi il caso di beeeeeeeep2 (n.d.d.: n’artro conosciuto in chat) che è uno che je dà sotto co’ ste robbe...

S.S. scrive:

…a me ‘sta cosa del viagra... bah, me sta a pija’!!!

Dito scrive:

chiedi a beeeeeeeep2 … (x due, please)

S.S. scrive:

mo' domand!

Dito scrive:

comunque... il viagra pare lo prendano quelli che si sfasciano in disco

Dito scrive:

perchè si sa che la coca (cola) e le pasticche (zigulì) insieme a fiumi di alcool, assassinano la libido…

S.S. scrive:

e quindi devono compensare… e se la prendo io che nemmeno fumo sto in erezione per 36 ore????

*

S.S. scrive:

ramòn dice che in questa foto sembro marilyn monroe…

Dito scrive:

ma va là... è una foto molto carina, che ben ti rappresenta

S.S. scrive:

ha rincarato la dose con la seguente frase: hai il "nasino" troppo in primo piano

Dito scrive:

guarda che un naso pronunciato, importante è molto maschile.

Dito scrive:

io, lo sai, li adoro, ad esempio...

Dito scrive:

tu pensi che il naso di giovanni sia, ad esempio, simbolo di virilità?

S.S. scrive:

giovanni tuo, nella sua interezza, è tutto cio che non è virile

Dito scrive:

giovanni ha un nasino alla francese di cui va tanto orgogliosa

Dito scrive:

ma a me non fa impazzire

Dito scrive:

basti guardare i miei ex; tutti proboscidali.

S.S. scrive:

ecco.. almeno questo.. ho un naso virile...

Dito scrive:

anche il mio mi piace

Dito scrive:

non è perfetto… nè grande, nè piccolo…

Dito scrive:

una gobbetta non troppo pronunciata…

Dito scrive:

è perfetto nella sua non perfezione

Dito scrive:

odddio che bbotta de narcisismo. e che bel concetto che ho espresso.

Dito scrive:

(mi salvo la chattata)

S.S. scrive:

se fai il post, commento... quindi apri i commentianonimi.

ditato da: IlDitoArCulo alle ore gennaio 19, 2007 17:19 | Link | commenti (30)
dito/i:pollice, pondulo, illice, trillice
mercoledì, 17 gennaio 2007

(Non da gettare… e nemmeno in senso etilico.)

 

Sono cresciuto con due genitori a tenuta ermetica. Non li ho mai visti scambiarsi un gesto d’affetto che fosse più di un sorriso o ohhhhhhh... un buffetto sulle ganasce. Non li ho mai sorpresi, porco cane, mai, a ciullare selvaggiamente (e neppure mestamente) in camera. Non una molla che cigolasse. Li ho visti bisticciare una sola volta. Bisticciare, poi… toni lievemente  accesi e mio padre, al termine,  in ingresso con la testa china sul mobiletto dell’ingresso, vicino al telefono. Si vede che c’erano delle guarnizioni da sostituire.

.

Ho saputo il motivo di quell’alterco anni dopo. Rimasi deluso assai. Mia madre voleva cominciare a lavorare, e mio padre, militare quadrato con las pelotas quadrate, non era affatto d’accordo. Era la metà degli anni ’70, e le lotte femministe mietevano nuove adepte su e giù per lo stivale. Per un periodo ho pensato che mia mamma fosse lesbica e mio babbo frocio. Ora che ci penso, perché no? Due Will & Grace degli anni '50-'60. Sì, sì.

 

Ieri ho guardato una puntata di SOS Tata. C’erano due mocciose maledette (Greta e Carola i nomi... uau) che non ne volevano sapere di mettersi a letto, la sera. Il padre scarrozzava in auto, alle 11 di sera, la più piccola per farla addormentare. La Tata Lucia, quella che sembra uno scaldabagno con gli occhi cerulei, redarguiva i genitori, giovani ed esauriti, sul come vivessero da vittime delle circostanze da loro stessi volute e create, incolpando le due creature indemoniate. “Se voi non siete felici, non trasmetterete mai felicità alle vostre bambine”. Allora ho pensato a quanto mia madre mi strillasse nelle orecchie (e infatti io urlo... ma solo perchè sono diventato sordo), ai colpi di battipanni sulle chiappe, per non farsi male alle mani, sostiene oggi (io, di mio, attacco le mollette da bucato alle orecchie di cani e gatti) ed ai rari silenzi che infrangevano le urla quartierispagnuoli style, nel clima freddo, grigio, pesante ed austero dei plumb years. Col bilancio familiare da far quadrare (uno stipendio in cinque... ci credo che mia madre volesse lavorare) tra contenitori tupperware e maglioni sintetici (nuovi per il fratellone, di terza mano per il sottoscritto) che ci elettrizzavano peli e capelli. Una famiglia proletaria, isterica, ma cotonata, la mia.

 

Mia madre l’ho sorpresa raramente piangere, e sempre di nascosto. Mio babbo, dopo l’ictus, si scorda sometimes di essere stato il militare coi quadriglioni qual era. O forse mia madre glieli ha sfranti. I quadriglioni. Io, invece, piango facilmente. Se capita da solo. Ma non è male innaffiare chi ti vuole bene con qualche sgocciolamento. Quando ce vo’.

.

Con due genitori tupperware di ultima generazione, qualcuno mi spieghi perchè non mi riesce proprio facile di far finta di niente. E perchè quando magari ci riesco, non sono per nulla contento. Forse perché non vivo più con loro da quasi 15 anni. Forse perché assorbo quello di cui mi circondo. Che è quello che scelgo. E se qualcosa improvvisamente non mi piace, da spugna mi trasformo in anguilla. E sguillo via.

 

Fine.

ditato da: IlDitoArCulo alle ore gennaio 17, 2007 15:03 | Link | commenti (43)
dito/i:indice, mellino
venerdì, 12 gennaio 2007

Stop, Look & Listen

 

 

 

ditato da: IlDitoArCulo alle ore gennaio 12, 2007 16:48 | Link | commenti (27)
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