Ci sono giornate più intense. E altre meno. Parliamo di quelle più. Cominciano con il solito spargimento di sangue del mattino. Proseguono con un’attività lavorativa lievemente sostenuta. Sfociano in un pranzo velox al sapor di amatriciana, con una faccia nuova che però pare familiare. L’aria fuori è friccicarella, il sole fa cucù, tra frammenti di cielo di quel blu che dici o cazzo, ma che bel blu. Frammenti di cielo che risaltano tra nuvole che giocano e si rincorrono. Se poi state calmine, oggi, mi fate un piacere. Ché stasera non so nemmeno a che ora tornerò a casa. Parlavo alle nuvole.
Uscito dal lavoro, le nuvole birbanti, ogni tanto, mi spruzzano in faccia. Poi ci si mette quello stronzetto di eolo che, puntualmente, mi scappella il precario ombrellino, preso a due euri dai cinesi. Stipato sul bus, con qualche gomito conficcato qua e là, affronto finalmente la lunga attraversata. Giungo, dopo un’ora e passa, nella clinica dove è ricoverata la carcassa dell’ombra di mia nonna. Entro nella sua camera e lo scenario è di un deprimente acceso. La trovo esangue, con gli occhi martiri, persi nel vuoto spezzato dal bianco soffitto. Con un rivolo di fiato emette in un fioco e rauco loop: mamma… mamma… mamma…. È presente il suo primogenito, ruspante ed arcaico esemplare di masculo romano, incrocio tra Alberto Sordi e Maurizio Arena: seeee, bonanotte… tu’ madre da mo’ ch’ è morta… ora dormi, dai. Poi, rivolto a me: è inutile che stamo qui, ha magnato, mo' le cambiano er pannolone... noi nun je potemo fa’ gnente… vabbe', io vado. Si infila il cappotto. (ecco, bravo: va’, va’…) Ciao zio, ci vediamo.
Ora; premetto che la mia è una nonna del tutto atipica, piuttosto lontana dalla comune nonnina tutta tenerezze, pranzetti, torte, cioccolatini e paghette. Ma l’ho sempre venerata per la perfida e disperata ironia che traspariva dai suoi piccolissimi, verdissimi e vivissimi occhi. Due sottili feritoie attraverso cui lanciava invettive, disappunti e giudizi affilati come coltelli e pungenti come aghi. La veneravo e la temevo. Anche per lo stramaledetto vizio di acchiapparmi per gli attributi. Così, per scherzare. Nel giocare, mia nonna, aveva mantenuto la irruente brutalità acquisita in anni ed anni di miseria totale, a cavallo tra le due guerre. Sposando un uomo, come era norma un secolo fa, per ragioni ben distanti dal cuore. Il cuore era, forse, troppo divorato dalla fame.
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My mother & bros. raccontano di possenti e gratuiti manrovesci volanti. Così, per nervosismo o disperazione. Sempre mia madre sfoggia una simpatica cicatrice sul ginocchio, procuratale da una forbice non identificata. E racconta di come l’unica bambola, di pezza, oggetto di disputa tra lei e sua sorella, fosse finita al rogo. Ma il top del terrore sparso da Angelina la sanguinaria, è racchiuso nel tenero episodio che narra di una piccola bambina (mia madre, once again) che recandosi alla bottega per acquistare… boh? non aveva capito cosa, ma era sconsiderato chiederlo più di due volte, tergiversò a lungo davanti al negozio scavandovi innanzi una fossa, alla ricerca della parola magica. Tornò con in mano le sole monete, e quindi… vabbe’, s’ è capito.
Prendo la mano di mia nonna, mi elevo sopra di lei e cerco i suoi occhi. Lei mi guarda, ma non so se mi vede. Mi stringe la mano, i suoi occhi appannati sono nei miei, e dalla bocca semispalancata fuoriesce copioso lo stesso loop: mamma… mamma… mamma… Trova pace solo quando, stringendole lievemente la mano indifesa, le accarezzo la fronte, o viaggio con le dita sulle rotte delle orbite oculari, sulle linee del naso aquilino e tra i profondi solchi dell' epidermide stanca. Quando, poco dopo, un infermiere annuncia il termine dell’orario delle visite, pare essersi addormentata. Purtroppo, non ancora per sempre.
Percorro il breve tragitto che mi separa da casa di natoridendo, tra le eco di irrisolti quesiti esistenziali. Punti interrogativi che affondano nella gaia leggerezza delle chiacchiere, delle confidenze e delle salsicce con patate che caratterizzeranno il volgere della serata.
Appendice. Ora non so se il connubio amatriciana delle ore 14 e salsicce delle ore 21 possa così tanto, ma mi sveglio in lacrime all’alba, dopo un abbraccio a mio padre. Lo sogno che piscia nella mia pattumiera di casa. Lo riprendo in maniera un po’ brusca. Lui con gli occhi lucidi e trasparenti imbarazzo sibila: ma mi scappava…
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Il caffè, la spremuta, la prima sigaretta, la seduta, la doccia… tutto si svolge nel loop del quotidiano, col disagio di domande insolute e di logiche sfuggenti. Col pensiero che la vita inquieta.
Molto più della morte.
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Update delle ore 15:00: pare che, in seguito a questo post, siano in fortissimo rialzo, nella blogosfera, i suicidi e correlati tentativi di esso. Mi è pure appena arrivato un sms triste da parte di una carissima amica... vabbe'... qui sotto, un potente antidoto. :)
dito/i:indice, mignolo, mellino







