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Gemelli Ar Culo




Maialini Ar Culo

Il Dr.Psycho dice che sono una merda
Scopri cosa dice di te su http://psycho.asphalto.org/test/.

lunedì, 30 ottobre 2006

Eccomi reduce dal uicchend lassù, appena sotto il Po. Nella città delle tre T. Totani, Toasts e Turaccioli. Ho tergiversato per mesi e mesi, prima di salire. Non mi son lasciato vincere dai sensi di colpa. Ho lasciato che tormentassero i miei sonni. Che sfogassero liberamente in ascessi anali, in verruche ascellari e febbriciattole mostriciattole.

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Accade però, a fine ottobre, che la mia nonna ciocio-romana sia sull’ennesimo letto di morte. Che, dunque, la mia mamma ciocio-bolognese voglia accorrere al suo capezzolo. Ah ah ah. Lascio intuire alla mia mamma che possiamo travasarci in un saliscendi. Giungo perciò nella Turrita city alle 21 circa di venerdì e le lancio il testimone. Indi mammà salpa sulla prima eurostella dell’alba.

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Queste sono le medicine: questa la mattina, questa dopo pranzo, queste alle 16 con il thè e queste gocce prima di dormire.” Istruzioni per il babbo devastato dagli ictus. “Questi sono i pannoloni per il giorno e questi quelli per la notte.” “Non lasciarlo solo.” “Accompagnalo verso le 11 al parco, fallo sedere sulla panchina all'ingresso e torna a prenderlo verso mezzogiorno.”

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Mamma?...” “Dimmi.” “Già mi manchi...”

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Mi son sempre lamentato che i miei soggiorni nella town Tortellinesca fossero tutti uguali. Con me che salgo, che fagocito affetto e cibo, più cibo che affetto, per due-tre giorni. E che plano, a mo’ di mongolfiera obesa e lamentosa, su Umbria e Toscana. E invece, stavolta, una bella merda. A proposito…

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Nel cambiare i pannoloni al babbo infartuato, ho scoperto cose inedite di lui. E quindi di me stesso medesimo. Cosa ho ereditato da costui, per esempio. Le chiappe mosce. E cosa no. Un’invidiabile dotazione.

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Domenica, il babbo rinco ed il qui presente rimba, hanno fatto una gitarella rapida nella campagna della provincia verso Ferrara. Una campagna che, con la sua umidità,  ti avviluppa come un’anguilla languida. Destinazione: casa del fratello mediano. Ritrovarci orfani di madre, nella sua cucina a spignattare una sorta di pranzo insieme, mi ha dato l’ennesima riprova di quante sorprese riservi la vita. Ieri ci fracassavamo denti. Oggi friggiamo cotolette. Together.

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Il fratello mediano, ha comprato casa in questo semisperduto borgo di campagna, un po’ isolato. Quattro case, un bar piccolo piccolo, un campanile alto alto. Il maresciallo. Il prete. Sembra una fiction rai o mediaset. Il suo appartamento è un'ordinata, asettica baita tirolese, dentro un'antica e padanissima casa colonica, completamente ristrutturata. Solo che se ti affacci alla finestra non vedi Heidi e le amiche caprette che ti fanno miao. Al massimo boazze sparse e qualche esercito di zanzare tigre che si schiantano a mo’ di kamikaze sulla previdente zanzariera. Tiè. ‘ste stronze...

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Garganelli panna e pomodoro, le suddette cotolette, più le patate fritte. Il tutto innaffiato da un Cabernet Sauvignon proveniente dal Kosovo. Giuro. Una bottiglia anche piuttosto pretenziosa, a giudicare dall'etichetta. Peccato che non avessimo dell’erba da condire.

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Tornato a Tettonopoli, ho parcheggiato il  pater barcollantis su una stabile poltrona. Di quelle che per alzarsi occorre invocare la protezione civile. Buono lì. In fervida attesa della mater fuggitivis, ho ingannato il tempo impastando 1 kg e mezzo di pizza. Per cena avrei avuto anche il fratellone maggiolone coi suoi 100 e fischia kg. Quello che ha un figlio, in piena tempesta ormonale, di 80 e arìfischia kg. Il quale, sostiene il maggiolone, mi somiglia tanto, ma tanto tanto. Al che mi viene di rispondere risentito e offeso come una vecchia signora alla quale si chiede l’età. Ma non pozzo, indi abbozzo.

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Menu serale: Pizza con mozzarella. Pizza con patate e salsiccia. Pizza con peperoni. Pizza con carciofi, olive e provola. Per chiudere in leggerezza un bel uicchend breve ed intenso. La mamma ritorna ed è gran festa. Il babbo scodinzola e si fa la pipì sotto. Ma il pannolone non è, penso ormai, più questione mia.

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E l'ultima eurostella della sera mi riscende giù. Mentre qualcosa in the groppons sale...

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A me, mi chiedo, il pannolone chi lo cambierà? ...

ditato da: IlDitoArCulo alle ore ottobre 30, 2006 17:53 | Link | commenti (30)
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venerdì, 27 ottobre 2006

4 kleine Gänse auf Reise

Non ho il senso dell’orientamento. Nè spirito di osservazione. O meglio; non ne ho quando occorrerebbe, mentre abbonda per le cazzate. Me ne sono riaccorto recentemente, negli aeroporti di Roma e Madrid, frequentati due volte nel volgere di pochi mesi. Sono stato capace di uscire dalle parti sbagliate, di prendere il tapis roulant imbarchi dalla parte opposta rispetto al mio. Di tirarlo fuori e pisciare in un ascensore. Sono anche tanto ciecato.

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Rimembro dunque una breve vacanza. Vacanza menomata dall’idiozia di quattro stolti individui, un dì dell’ormai lontano 1999. Annata molto fantascientifica. Pura fantascienza, infatti, si è rivelata l’impresa dei quattro figuri, nel regalarsi un breve viaggio in quel di Berlino. (I’m coming.)

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L’appuntamento è alla stazione Tiburtina, nelle frizzanti ore dicembrine del primo mattino. Si arriva più o meno in orario, ognuno con la sua valigia, le proprie croste negli occhi ed il classico topo morto in bocca. Dopo una colazione sporcacciona al bar, i quattro decidono, finalmente, di dare un’occhiata al display degli orari, allineati come geroglifici. Fiumicino ore xy, binario bla bla. “Sta per partire, corriamo!”. E via: gimkane di trolley tra i trolley.

 

Ce l’abbiamo fatta”. “Bene. Arriveremo con largo anticipo” “Queste compagnie low cost se arrivi tardi ti lasciano a terra”. Poi bla bla bla, ah ah ah, ci ci ci, cu e gne gne gne. I quattro sghignazzano smargiassi, pregustandosi le prime patate con panna acida. Di già inebriati da suggestioni di aromi cipolloidi e visioni di wursteloni sfrigolosi.

 

Roma Nomentana? …Ma passa di qua?” “Così pare…” “Bah… che strano…

 

Indi, glu glu glu, ja ja ja, hi hi hi e ua ua ua. “Stasera, topini, vi voglio portare alla kartofenhaus di Alexander Platz” “Sì sì. Patate in endovena forever.” … …  …Nuovo Salario?... Ragazzi… ma ‘sto treno non dovrebbe passare, tipoooo per Ostiense e Trastevere?” … “…Farà il giro dall’altra parte, forse...” “Ma sì, sarà così…” (“bah…”)

 

La la la cantiam cantiam, ha ha ha ridiam ridiam, bee bee beee uh quante belle pecorelle. …“Monterotondo?!?”… silenzio post-apocalittico… una vocetta timida ci raggela dal fondo del vagone. “Dovete andare a Fiumicino?” “…Dovremmo...” “Nell’altro senso; vi conviene scendere qui.

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I quattro simpatici favoriti al titolo di *Scema Epocale*, lanciano le valigie giù dai finestrini, senza aprirli, e si scaraventano oltre le porte, come sacchi d’immondizia.

S’è fatta una certa… ce la faremo?” Per ingannare l’attesa, ci si rifugia in un cannone, poi si comincia ad ipotizzare una remotissima possibilità che non si faccia a tempo. “Jaa famo, jaa famo…” “Uhm… la vedo dura… ci vorrà più di un’ora…”. Il quartetto Einstein, a questo punto, si smembra in due opposte fazioni. Ottimisti-Utopisti contro Pessimisti-Realisti.

 

Ecco il treno, finalmente, e i quattro soggetti vi riparcheggiano i loro raggelati e pesanti culi. Ingannano l’attesa canzonando, con coraggio, gli altri viaggiatori. Cantando qualche canzoncina, ma soprattutto si comincia a profilare una blanda necessità di designare il responsabile dell’inenarrabile impresa.

Correvate troppo, non riuscivo a starvi dietro e non ho guardato…” “Su ragazzi, non è importante, vorrà dire che prenderemo il volo dopo.” “Ma sì, certo…

 

Si attracca 15 minuti (scarsi) prima della partenza. I due clan si mescolano; un U.O. con un P.R., i più snelli e rapidi, si fiondano impavidi verso il check-in. La rimanente coppia accudisce l’ingombrante bagaglio e, scarrellando sulle dolci note di un valzer viennese, raggiunge l’altra metà. Che già a distanza sfoggia un’aria odorante di sconfitta. La bionda (e roia) addetta al desk, con aria  dispiaciuta e falsa, fa presente che è troppo tardi per imbarcare anche i bagagli.

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I quattro non reagiscono tanto male, in particolare uno… “Che  la Virgin coli a picco” “La Virgin deve fallire” sono le frasi che tuonano, echeggiano e rimbalzano da un desk all’altro. La bionda hostess di terra lo interroga con un “Prego?” “Non sto parlando con lei. Io ce l’ho con la Virgin… Mortacci loro. Deve fallire… ah! Ma fallirà… eccome se fallirà...

E pronunciando questi dolci anatemi, improvvisò una danza voo-doo sulle sue piccole estremità caprine.

 

Domanda : esiste ancora la Virgin, compagnia aerea low cost?

 

Sul treno della sconfitta che riconduce i quattro scaltroni al loro destino casalingo, riprendono (in tre) il simpatico giochetto iniziato prima. “Come cazzo è possibile, dico io?” “Ma io dico: tu, che prendi aerei come fossero bus, ché non lo sai in che cazzo di direzione va il treno per l’aeroporto?” “Ma che ne so io? Io sono solo bella” “Correvate troppo, non riuscivo a starvi dietro” “Zitto tu, terùn. Sei arrivato pure in ritardo.” Ma ecco che una sonora scoreggia del quarto silente coglie di sorpresa, paralizzandoli, i tre disputanti:

“Ragazzi, basta... guardiamo in faccia la realtà: …siamo state quattro stupide ochette sprovvedute… quattro ochette e nulla più... Quattro ochette incapaci di prendere un treno nella direzione giusta… semplicemente è quanto.”

 

Il solo ciuff ciuff del treno, il tufù tufù (...tufù tufù?) delle rotaie fece da sottofondo al mesto rincasare dei quattro prodi.

.

 

 

N.B.: la 4.a oca è dietro l'obiettivo :)
ditato da: IlDitoArCulo alle ore ottobre 27, 2006 12:14 | Link | commenti (24)
dito/i:pondulo, illice, trillice
martedì, 24 ottobre 2006

Madrid 20-23 octubre 2006

Dedicado a A.

^Los paréntesis agradables

contienen espacios breves, pero inoubiables^

...gracias para el reir mucho, para el buen humor y para tu inmensa y inalienable estupidez. me estalló la cabeza...
 ...y el vientre.
ditato da: IlDitoArCulo alle ore ottobre 24, 2006 12:29 | Link | commenti (34)
dito/i:indice, mellino
giovedì, 19 ottobre 2006

1.Al supermercato, ieri pomeriggio, una signora anzianotta cercava disperatamente non Susan, bensì la sua acqua minerale preferita. "Quella di miss italia, voglio.... come si chiama?... io bevo solo quella...". Plin plin?. Sebbene io segua la fiumana delle offerte speciali, ciucciandomi aussi la varecchina, pur di risparmiare, per un periodo bevevo solo un eau minèrale effigiata, sulla plastichetta esterna, avec l'immagine troneggiante di una faccia da muffa rafferma. Ora che mi sfugge il nome, dell'acqua intendo, fossi in un supermercato potrei urlare: "Scusi, dov'è l'acqua di pippo baudo? Io bevo solo quella...". No. Piuttosto chiedo dell' acqua-pippa.

2.Ho sentito parlare, non so où, di anti-pereppepenismo come una sorte di sindrome, quasi di male che affligge il paese. Pereppepe?  E' l'unica censura imposta sul mio blog. Non voglio leggere quel nome. Non qui a casa mia.

3.Sto valutando se cambiare atavar. questo?

4.La foto qui sopra, quella della nonna irachena col ditino inchiostrato, è meravigliosa.

5.Mia nonna, a 91 anni e fischia, è afflitta da diabete, problemi cardiovascolari, cardiopatie assortite, reumatismi e calcoli. Mangia una mela cotta al giorno, mezzo cucchiaio di brodo e si barrica in bagno 2/3 ore al giorno con un clistere nel culo. E dove sennò. Sotto l'ascella?

6.Il numero del diavolo.

7.La mia famiglia materna è originaria di una nota città termale. Ieri ho acquistato una bottiglia di quell' acqua. Imbevibile. E' l'acqua di jules andreottì, si sa.

8.Stasera alle 21.15 il mio volo vueling mi riporta a Madrid. Qui postai uno struggentissimo e tormentoso post, cheioilditodorocelavreidato.

9.Certezze. In una capitale del nord Europa, ove presto mi recherò, un' entità sta facendo miao. Garantito.

10.La suora dello spotte dell' acqua di miss Italia addamurì

ditato da: IlDitoArCulo alle ore ottobre 19, 2006 11:50 | Link | commenti (35)
dito/i:pondulo, illice, trillice
domenica, 15 ottobre 2006

Ci siamo incontrati, più o meno per caso, meno di un anno fa. Ho memoria di me sbarellante tra l'eccitato e l'usurpato. Eri in casa mia...

Mi ero già scontrato, accidenti, con la tua immagine proiettata su uno schermo. Cambiavo pagina. Spegnevo lo schermo. Ma la tua immagine continuava a rimbalzare liberamente. Da un angolo all'altro del mio cervello. Non hai bussato, non hai chiesto permesso di circolare. Nè ho avuto bisogno di dirti fa' come fossi nel cervello tuo. Come un bambino, dopo un pomeriggio forzato di compiti di aritmetica, davanti all'altalena del parco. Si fionda, sale e comincia a dondolare. Ad oscillare sempre più largo e a fondo.

Quegli occhi erano davanti a me. Brillanti, lucidi, vivi. Quelle labbra si schiudevano e rilasciavano sorrisi che mi stordivano, per la  loro disarmante bellezza.

Era il tardo pomeriggio di un sabato di gennaio. Piombasti nel mio uicchend di vino, fumo, burraco e cazzate. Fui come scoperchiato di una coltre letargica. Appena un'ora e te ne andasti, ma l'altalena continuava a ciondolare, vuota. Tra lo sconforto e il sollievo.

Passano mesi. E ancora mesi. Succede che i nostri corpi si incrocino e si sfiorino tra centinaia di altri, nel concitato assembramento, davanti ad un bar o ad un teatro. Fuggo. Mi nascondo in un' incredibile e ridicola indifferenza. Sentendomi quello che sono. Idiota. 

Di tanto in tanto carico la tua paginetta sulla chat, per controllare se quell' immagine è la medesima che, senza preavviso, si prende la briga di perlustrare questo scassato luna park a rischio di corto circuito. Invece si riaccendono le luci. Ed il ruotone riprende a girare. Gira, gira, gira...

Altri mesi e mi ritrovo inchiodato, accidenti, ad un muro. Come schienato da un lottatore di sumo. Incroci di sguardi, di sorrisi, di canne e di brindisi. Me: spontanea naturalezza del proverbiale elefante nel negozio di cristalli. Semimmobile, poche parole. Temo senza senso e, merda, buttate lì sciattamente. Come gli abiti da lavoro di un minatore prima della doccia. Riproponesi percezione di cui sopra. Idiota.

Quando ci salutiamo, la tensione fa accomodare quel senso di castrante stupidezza, che non puoi nascondere lì, in tempo reale, agli amici. (Chorus) Idiota.

Ok. Basta. Scrivo. Adesso. No. Aspe'... un messaggio... apro... o cristo... no... sì... e invece sì.

Non l'avrei mai detto, ma mi ritrovo una sera di un sabato di inizio ottobre, appoggiato ad una parete con un bicchiere in mano. No: tu alla parete. Bla bla bla. Che? Cosa? La musica è alta. E bella. Balliamo... Usciamo.

Altro bicchiere in mano. Sono appoggiato ad un' auto. O ad un motorino. Il bicchiere cade vuoto. Le mani impegnate nella preparazione del kalumet. Sguardi random in ogni dove. Il vecchio, malandato luna park è a pieno regime. Ruote panoramiche, montagne russe, zucchero filato, croccanti, panini e salsicce. Più quei tuoi occhi. Più quel tuo sorriso. Più Roma, Milano, l'ex, il lavoro, i casini...

I casini?

Campionari di casini mostrati chiusi. Un avvertimento o uno steccato? Alto o basso che sia, ho le caviglie ancorate a cassonetti colmi di sudici pudori e plumbee paure.

E ti immagino, improvvisamente, all' assalto della mia dimora. Che poi altro non è che questo arcaico, cigolante e semifulminato luna park. Con al seguito qualcuno dei tuoi bei bauli chiusi a doppia mandata. Cosa c'è dentro? Matasse da sbrogliare? Cocci di ideali? Frantumi di sogni in puro cristallo? Fagotti di brandelli ancora sgocciolanti?

Un sorso, un tiro, qualche sorriso. Poi ci si ributta nella mischia etilica. Disperdendosi. 

Idiota.
 
Nel luna park ho posto un cartello: Chiuso per lavori. Troppi corti circuiti. Troppe giostre malfunzionanti o poco appassionanti. Troppi rischi e poco entusiasmo. La sola ruota continua a girare. Solitaria e desolata. Seggiolini oscillanti, vuoti e svuotati.
 
E' tempo che mi liberi di queste luci artificiali e di questi artifizi scintillanti...
Spengo tutto. Riaccendo il pc...
 
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ditato da: IlDitoArCulo alle ore ottobre 15, 2006 18:10 | Link | commenti (41)
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