Mi ritrovo, al termine di un breve viaggio, sospeso nel cielo terso, seduto sopra batuffoli di nuvole, ad imprimere su un foglio ciò che è già serigrafato nel mio cuore. Uau. E' un frenetico rincorrersi di immagini, suoni, odori e sapori. Nuovi e forti, quasi da stordire. Al punto di ritrovarmi, in un bollente e semidesertico pomeriggio sulla Gran Via, preda di una dirompente crisi di pianto. Incontrollata. Rigenerante.
Per me vacanza è termine colmo di scopi e significati diversi da quelle comunemente considerati. Vacanza, per me, è gioia, entusiasmo, ma anche disagio. In qualsiasi angolo del mondo mi possa trovare, con me porto sempre tutto. Ma proprio tutto. Fantasmi compresi. Nulla rimane a casa. Mai. Per la necessità di porlo su piani differenti. Disposto in prospettive inedite; davanti a sconosciuti orizzonti. Posso vivere, sostengo, in ogni angolo di mondo, sebbene viva da oltre 13 anni le consuetudini sensoriali che mi offre una città che ho scelto.

Sono partito con un bagaglio leggero. Di t-shirt e poche idee buttate dentro alla rinfusa. Più qualche aspettativa ben pronta a restare tale. Ciò che esigo dall'esperienza che è il viaggio è sbanderuolare in libertà al vento. Scorrere confusamente su ogni cromatismo emozionale. Così è stato.

Madrid è città maliarda, dal fascino strabordante. Inquietante. Una metropoli viva, pulsante, incastonata nel deserto come un carnevale incartato nel silenzio. Eccola, l'immagine di me; come in uno zoom -, in decollo verso lo spazio, diviene un punto sempre più minuscolo, disperso in una sempre più piccola macchia. Un punto con le infradito.

*PPP. Ogni viaggio, o quasi, è come contrassegnato dal puntellato ricamo di un qualche sbomballamento di coglioni. Ultimo precedente: sabato sera barcellonese in compagnia di un ascesso dentale e febbre a 40. Questo giro mi ha detto culo; blanda dissenteria e vescichetta plantare. Più difficile è stato gestire alcuni molesti rodimenti di culo. Ma ho cominciato a stare meglio quando me lo sono imposto. Mollando giù ben presto inutili zavorre; riordinando le pagine malpastrocchiate di un libello senza capo nè coda. Voglio dunque dire ancora grazie a colui che so mi sta leggendo, per la bellezza del suo essere, per la trasparente ed allegra leggiadria del suo vivere. L'avevo contratta a Roma, mesi fa. Ma è lì a Madrid che l'ho colta ed apprezzata appieno. E' quanto di più caro e forte ricorderò di questi giorni.
Insieme alle immagini, ai beautiful scorchs che mi hanno incantato.
Insieme all'arsura disidratante ed ai feroci raggi solari che bombardavano la mia pelle.
Insieme ai cinque-sei litri di acqua quotidiani che ho sgargarozzato durante le interminabili scarpinate.
Insieme alla Chueca, amato quartier generale della battaglia. Ad alta densità di canotte, pettorali, polpacci e infradito. Di mio ho messo solo gli ultimi due.
Insieme alla paella del sabato sera, ottima nonostante una brutta cozza sospetta. Al momento tutto ancora tace.
Insieme alla forsennata ricerca di Tabacos aperti.
Insieme al suono catarrale del brioso idioma castigliano. Nei timidi tentativi di emulazione, capivo che forse fumo troppo... tolgo il forse.
Rieccomi a Roma. Assurda umidità. Fronte già imperlata ad arte. Roma sonnecchia. Ultimi lenti movimenti. Poche sparute facce. Due pischelli mi chiedono fuoco per la loro cannetta. E 'sto cazzo di bus non passa... tempo per, e di, pensare a domani.